|
A lungo abbiamo creduto che Jack e Meg fossero fratello e sorella ed essi a lungo ce lo hanno lasciato credere, non senza una certa dose di consapevole malizia, salvo poi scoprire che questa strana coppia di “enfant terribile”, dalla carnagione nivea ed immacolata, sono stati forse per un certo tempo soltanto marito e moglie - nulla più di questo. Chiarito l’equivoco, l’allusione all’incesto ed altre simili ambiguità, sulle quali pure essi hanno abilmente giocato le carte del successo, resta comunque assodata la rivelazione di una musica straordinariamente coinvolgente, per quanto atipica, che alcuni hanno voluto battezzare come “nuovo rock’n’roll”, ma che sarebbe preferibile definire una sorta di rock-blues primigenio, ancestrale. Ancestrale è il messaggio, ancestrale l’alternarsi di pause, impeti e scatti, ancestrale quella strana sensazione di vivere sotto una campana di vetro, cullati da filastrocche e sogni d’infanzia, mentre il mondo tutt’intorno è in procinto d’esplodere. Una tensione latente e corrosiva, da scantinato, che si risolve gradatamente in un garage-rock dai contorni underground. Dunque un linguaggio duro, scarno ed essenziale. Perché scarna ed essenziale è la sezione ritmica, sobria e lineare l’architettura intessuta dalla chitarra, efficace l’insieme dei testi. Un duo affiatato, che ama scoprire il lato semplice ed immediato delle cose, che rifugge l’elettronica, i compromessi, le soluzioni scontate, in definitiva le rigide e pervadenti regole di mercato. Senz’altro una delle novità più interessanti degli ultimi tempi. La temperatura è elevata, gli affondi netti. Lo strano sodalizio di chitarra e batteria è in grado di fornirci non di rado atmosfere di zeppeliana memoria. La psichedelica non è diretta, ma si insinua in modo circolare, ora con dilatazioni di tipo “noise” ora con carezzevoli divagazioni folk. La discografia dei White Stripes consta di quattro album innovativi ed originali, che sin dall’esordio hanno catturato l’attenzione dei fan e della critica: i primi due, l’omonimo White Stripes e il dirompente De Stijl, si sviluppano intorno ad un “core” decisamente rock’n’roll e blues, carico di sanguigna genuinità. Successivamente, a partire da “White Blood Cells”, vengono sperimentate sonorità country e folk, andando a lambire inusitati territori di confine: quell’America perennemente a cavallo fra città e campagna, bassifondi e libere praterie, grattacieli e campi arati, autostrade e corsi d’acqua. L’America libera e selvaggia di Walt Whitman e quella cupa e claustrofobica di Natalie Hawthorn. I White Stripes provengono da Detroit, una città circondata dai vasti territori un tempo attraversati dai pionieri del west, che ha conosciuto successivamente il declino industriale e tutti i mali tipici delle società urbanizzate. Da Detroit provenivano gli MC5 e gli Stooges, progenitori di un certo tipo di proto-punk. Elephant porta a compimento questa serie di complementarità, di dualismi, integrando il cerchio che dal rock’n’roll conduce al blues passando per il country ed il folk. E si spinge oltre, sui luoghi della sperimentazione, di un dark-noise perennemente in agguato. Ma la singolarità del disco è data dall’abilità con la quale Jack e Meg riescono ad imporre un sound aggressivo e tuttavia zuccherato, che senza perdere nulla della propria primitiva durezza, acquista viceversa in eleganza e varietà di spunti, e senza perdere nulla della propria incandescente semplicità, acquista nondimeno in complessità di ispirazione e talento. Un sound di non facile ascolto, articolato a più livelli, confezionato con scaltrezza e senza ricorrere, come abbiamo già detto, all’elettronica: perché bisogna sapere che Elephant costituisce davvero un piccolo miracolo, se si considera che è stato prodotto con un budget limitatissimo, utilizzando strumentazione vecchia di 35 anni, per recuperare quello spirito di verginità che risiede alle radici del rock. In questo Jack e Meg hanno davvero compiuto un lavoro di straordinaria filologia musicale e condensazione creativa. Elephant sembra nato in uno sgabuzzino, ma riesce a portare la mente ben oltre le strette pareti dello sgabuzzino per scorazzare nelle più imprevedibili direzioni, avvalendosi di una provocazione intelligente e divertita. Anche le voci, sia quella femminile di Meg, che quella maschile di Jack giocano ruoli di massima seduzione: provocatorie e infantili, isteriche e tuttavia aggraziate, feroci ed innocenti. Urla e sussurri si susseguono, cadenzati dal ritmo essenziale della batteria di Meg. Ballate blues, ruvide e spigolose, inframmezzate da distorsioni sonore, oscenità, deflagrazioni, raccontante con ”humour” ricco d’invenzione e colpi di scena, quasi fossero cioccolatini, caramelle rosse, bianche e nere (colori che a partire dalla grafica della copertina rappresentano a mio avviso una significativa, quanto mai azzeccata scelta stilistica). Insomma, un set di 14 canzoni che sembrano soddisfare tutti i gusti, raffinati e non, confezionate con perizia, semplicità di idee e buon gusto; alcune selvagge e martellanti come “Little Acorns” o “Black Math”, altre divertenti e ritmate come “There’s No Home for You Here”, il cui video è stato firmato da Jim Jarmus. Se è lecito fare previsioni, credo proprio che ne sentiremo parlare ancora per un bel po’.
|