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Vien da pensare che Evan Dando, ex-leader dei bostoniani pop-punkers The Lemonheads e uno dei “volti” degli anni ’90 insieme a Kurt Cobain e Beck Hansen, avesse frantumato uno specchio dopo la pubblicazione dell’ultimo album della band “Car Button Cloth” nel ’96, almeno a giudicare dai 7 anni di guai, tossicodipendenze, alcoolismi e autodevastazioni varie che da allora avevano scandito la sua vita. In molti lo avevano dato per definitivamente bruciato, nonché candidato a diventare una nuova “casualty” del rock, pronto ad aggiungersi alla lista dei vari Jim, Jimi, Janis e Kurt. -------------E invece, miracolosamente, Dando ha voltato pagina, con l’aiuto di un nuovo amore (la “baby” di cui al titolo, che più che renderlo “annoiato” è semplicemente “a bordo” della sua scappottata, in un bizzarro gioco di parole), e di un nugolo di affezionati amici musicisti che lo hanno accompagnato passo passo nel corso dell’elaborazione di questo suo primo album solista. Il risultato finale, “Baby I’m Bored”, con le sue 12 canzoni a volte autobiografiche, sorprende positivamente pur nella sua disomogeneità, causata dal fatto di essere stato composto e inciso in momenti diversi e con differenti gruppi di musicisti. Di taglio desertico e “on the road”, ad esempio, la lenta cavalcata di “Hard Drive”, dove ad accompagnare Dando sono nientemeno che John Convertino, Joey Burns e Howie Gelb, ovvero i Calexico e i Giant Sand in un colpo solo. Mentre in generale, nella maggior parte del disco, domina un suono pop-rock di alta classe, reso “maledetto” dalla caratteristica voce narcolettica dell’ex-rocker bostoniano. Benchè il songwriting sia ovunque eccelso, due episodi sono di livello assolutamente superiore. Il primo è “Rancho Santa Fe”, una lenta ballad resa indimenticabile dal chorus in cui Dando incita (probabilmente sé stesso, dopo la vita dissipata degli ultimi anni) ad “Arise”, a “risvegliarsi” e a (ri)andare incontro alla vita. La melodia è cristallina, l’arrangiamento tanto curato quanto azzeccato. Roba da programmare il timer del proprio lettore CD in modo da risvegliarcisi tutte le mattine: il vostro umore se ne gioverebbe, anche nel caso delle peggiori alzatacce. L’altro brano immenso è “It Looks like You (Got Some Explaining To Do)”, in cui Dando si dà al country con l’ausilio del compositore/musicista losangelino Jon Brion (un talento purissimo di cui molto si parla) ottenendo risultati che faranno rodere il fegato a molta gente in quel di Nashville. Ma come, un tossico punk di Boston che scrive e incide un classico del country come raramente se ne sentono? Proprio così: l’intreccio tra musica e testo è mirabile, e la voce (la solita voce “maudit”) di Dando fa il resto. ----------------- Ci sarebbe ancora molto da dire, ad es. di “Shots Is Fired”, uno degli episodi più trascinanti, o della autobiografica (che più autobiografica non si può) e sentitissima “Why Do You Do This To Yourself”, per chitarra e voce; del brano scelto come singolo “Stop My Head” o, ancora, di “In The Grass All Wine Colored”, altro pezzo inciso con la “banda” di Tucson. Per il momento, vi basti sapere che: a) “Baby I’m Bored” è un grande ritorno e sicuramente il miglior disco a tutt’oggi di Evan Dando; b) si tratta di un “piccolo” disco, ovvero nulla di ambizioso e/o di rivoluzionario, eppure è qualcosa che, facendo aggio sui consueti, noti, quattro-cinque ingredienti, riuscirà a restare piacevolmente ancorato al vostro lettore CD almeno fino alla fine dell’anno. E se Dando mi da Dando….
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