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Che ci fanno i Black Keys insieme a Danger Mouse? Com'è possibile che Dan Auerback e Patrick Carney, alfieri del garage-blues “ortodosso” abbiano scelto come produttore un guru dell’hip-hop? E' possibile, anzi è stata un'ottima idea. Giunti al quarto disco, i Keys si sono forse resi conto che era il momento di cambiare qualcosa. L'ultima prova, "Magic Potion", sembrava dare i primi segni di stanchezza di una formula ormai eccessivamente collaudata. Ecco allora la scelta di Danger Mouse, al secolo Brian Joseph Burton, produttore di grande spessore, inventore di quell’affascinate eresia che è stata il “Grey Album”, tra le menti dei Gorillaz e fondatore del fortunato duo Gnarls Barkley. A dir la verità questo “Attack & Release” ha avuto una genesi piuttosto travagliata: Auerback e Carneye stavano scrivendo delle canzoni per il nuovo disco di Ike Turner, ma la morte per overdose del musicista americano ha bloccato il progetto. I due allora hanno deciso di incidere le canzoni in prima persona, avvalendosi della collaborazione di chi quel disco avrebbe dovuto produrlo, cioè Danger Mouse. Una genesi tanto travagliata quanto fruttuosa. Per capire in che modo due mondi musicali apparentemente distanti si siano incontrati basta leggere le dichiarazioni del cantante-chitarrista Auerback: “Brian fa hip-hop, ma gli piace anche il rock’n’roll e la psichedelia oscura degli anni 60’, anche noi ne ascoltiamo un sacco. Così è stato facile andare d’accordo. Brian ha un grande orecchio per le melodie e gli arrangiamenti”. “Attack & Release” è infatti un disco molto interessante: il suono dei Black Keys si è evoluto rispetto al blues per chitarra elettrica e batteria degli esordi, è meno viscerale e ruvido; tuttavia non suona stravolto ma più fresco, con diversi interessanti accenni di psichedelia sixties. Per carità è sempre blues, ma è reso sempre attuale dall’intensità con la quale i Black Keys riescono ad interpretarlo ed è impreziosito da una produzione intelligente. Danger Mouse non ha esagerato con i beat, come i puristi potevano temere, anzi. Ha solo cercato di colorare il suono essenziale del duo di Akron con parti di basso, tastiere, cori e nastri mandati al contrario in pieno stile-Beatles. Basta sentire il singolo "Strange Times", dove lo spirito blues di Howlin' Wolf sembra andare a braccetto con uno scanzonato pop-rock, per capire come la formula funzioni davvero bene. "Psychotic Girl" sembra invece rubata al primo Beck, quello innamorato dell’alt-folk di “Mellow Gold”. “All You Ever Wanted” è così dilatata da suonare come un moderno spiritual. Dan Auerbach non ha perso la sua splendida voce, che sa graffiare ed emozionare, soprattutto sui pezzi più blues come “I Got Mine”, che potrebbe stare nei dischi vecchi se non fosse per il finale un po’ onirico. “Lies” è in pieno stile White Stripes, mentre “Same Old Thing” sfodera un flauto spudoratamente alla Jethro Tull. Manca un po’ il guizzo nel finale, dove la voce di Auerbach non basta a sollevare la stanca “So He Won’t Break” e il finale un po’ scontato di “Things Ain’t Like They Used To Be”, dove duetta con la cantante Jessica Lea Mayfield. Pazienza, questo “Attack & Release” è un ottimo disco, tra i più consigliati usciti negli ultimi mesi. Anche se forse non raggiunge i livelli d’intensità dei primi album come “Thickfreakness” e “Rubber Factory”, può essere considerato come un piacevolissimo tentativo di crescere, e ci ricorda ancora una cosa: pochi generi sono così attuali come il blues, nonostante il passare degli anni e delle mode. E la bravura dei Black Keys sta proprio nel non banalizzarlo, nel renderlo credibile anche in questi “Strange Times” che stiamo vivendo.
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