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Belli tosti, veloci, rapidi, distorti. Il ritorno “elettrico” dei REM è giunto preceduto da almeno un anno di annunci, voci di corridoio, tam-tam tra i fans e soprattutto anticipazioni live di quasi tutti i brani del nuovo disco. Accelerate, insomma, ancor prima di essere dato alle stampe e distribuito godeva di una fama positiva alla quale sono poi seguite recensioni unanimemente entusiaste di vecchi e nuovi tifosi e di gran parte della stampa specializzata. Chi era rimasto un po’ deluso dalle ultime uscite discografiche della band di Athens ha avuto quello che si aspettava, ma andiamoci piano a parlare di rinascita. Non fosse altro che, a giudizio di chi scrive, i REM non si potevano considerare “morti” con la realizzazione di Up, o del troppo “leggero” Reveal, o tantomeno del troppo criticato Around The Sun. E’ vero che in seguito all’uscita dalla band del batterista Bill Berry, per motivi di salute, nel 1997 vi era stata una virata verso atmosfere diverse rispetto al trittico Green-Out Of Time-Automatic For The People, ma anche rispetto a New Adventures In Hi-fi, l’ultimo realizzato con l’ex batterista. Il suono si era fatto di volta in volta più morbido o rarefatto, più suoni elettronici o di tastiere, meno chitarre elettriche, fino alla morbidezza malinconica e “dilatata” di Around The Sun. Ma è anche vero che in tutti questi anni i REM non avevano perso del tutto la loro cifra stilistica e il loro carattere poetico, per quanto si avesse avuto l’impressione di trovarsi di fronte a lavori non sempre focalizzati al meglio e dove con un minutaggio minore, quindi evitando alcuni pezzi e riducendo la lunghezza, dei dischi praticamente in tutti e tre i casi il risultato sarebbe stato sicuramente migliore. Inevitabile che la risposta a tante critiche fosse un ritorno marcato alle origini, o quasi. E‘ anche vero che non è sufficiente calcare il piede sul distorsore per realizzare il disco dell’anno. I REM per fortuna ci mettono dell’altro, con uno sforzo compositivo che da un lato predilige e sceglie la semplicità ed una direzione ruvida, dall’altro fatica inevitabilmente a concretizzare un “ritorno” che superi le prove maiuscole del passato, non riuscendo ad evitare il paragone. Se questo è il limite, allora è sufficiente un approccio disponibile ad ammettere e perdonare qualche inevitabile forzatura e qualche inciso troppo “familiare”, per apprezzare al meglio un ritorno a territori già esplorati, ma con classe e comunicativa ancora intatta. Lontano dai troppi doppifondi degli ultimi lavori. E’ comunque il ritorno ad un suono più asciutto, tagliente: l’arpeggio iniziale di Living Well Is the Best Revenge la dice già tutta, con Peter Buck che introduce il pezzo e il disco con accenti tra il rock e il folk distorto, a metà tra Document e Monster. Michael Stipe torna a lasciare andare la sua vena più visionaria e accelerata, appunto, senza troppe remore, con flussi di pensiero quasi incontenibili: “E' solo quando il tuo veleno comincia a girare/ Nella vita che speravi di vivere/ Che all'improvviso ti svegli in un panico agitato”. Il brano è un attacco ad un certo modo troppo “a effetto” di fare informazione da parte dei media. Abbandonato il tono nostalgico e malinconico delle ballate di Around The Sun, si torna a sferzare la realtà e a capovolgere i punti di vista, e a “suonare” la disillusione, la frustrante realtà che ci circonda: “I went upside down / I emptied up the room”, cantato con energico respiro nella title track, Accelerate. Rispetto all’ultima uscita discografica l’impatto vocale del leader si mescola con meno preponderanza all’impasto sonoro, fondendosi con più misura, merito anche della produzione di Jacknife Lee (già al lavoro con Snow Patrol, Bloc Party ed i Kasabian). Mike Mills tiene il tiro con una linea di basso aggressiva, presente, non sempre agilissima ma efficace, e soprattutto torna a far sentire i suoi cori e controcanti in odore di west coast: sentire per credere la traccia numero 2, Man-Sized Wreath. Il singolo di lancio Supernatural Superserious si muove sulla falsariga delle produzioni rock migliori dei REM, con riff secco della rickenbacker di Buck e una linea melodica che come sovente nel disco si muove in tonalità maggiore. “Tutti qua, vengono da qualche posto / Ma vogliono al più presto dimenticare e vestirsi sotto mentite spoglie”. Abbandonata insomma, la vena malinconica e nostalgica di Around The Sun e di Leaving New York, le liriche tornano a farsi pungenti: “Mi son perso dentro la mia testa / L’eco cade dentro di me” cantato in Hollow Man, critiche all’uomo vacuo dei moderni tempi americani. Così come musica e testo non mancano di attaccare errori e politica, la politica degli errori e gli errori della politica: “Se la tempesta non mi ucciderà lo farà il Governo”, in quel gioiellino di appena due minuti che è Houston, dove si fondono uragani, malgoverno, innocenza e respiri affannati, tradimento e disperazione. Una ballad dai toni profondi, ispirata al vergognoso atteggiamento del governo americano nella gestione del dopo uragano Katrina, uno sguardo lento che spezza il ritmo sostenuto di un disco che oltre ad essere carico di distorsione e velocità, si mantiene compatto anche grazie alla sua durata, poco più di 34 minuti. Un’altra ballad dal sapore quasi gotico (anche questo come ai vecchi tempi dei REM), e dal suggestivo arpeggio acustico Sing For The Submarine, si apre su un inciso arioso che tiene la misura più lunga di tutto il disco, ma convince di più la magia di Until The Day Is Done, misteriosa e sottile: “A voice whispers "Son, the blessed vision comes." “What have I done What have I done”. Che cosa ho fatto, che cosa abbiamo fatto. E’ l’America che canta, disillusa e colpevole. Un po’ come in Mr Richards: “le tue decisioni, fai attenzione, fai attenzione”, un incalzante rock-pop carico e deciso che non ha paura a puntare il dito. Hanno insomma voglia di nuovo di uscire allo scoperto i REM, senza timore di denunciare e di alzare il volume. Tutto questo è già tanto dopo 25 anni di musica e di dischi, e sposta un po’ più ad altezza REM la tensione un po’troppo “liquida” degli ultimi lavori. E’ vero che non mancano i punti deboli, da quella Horse To Water che ricorda ancora una volta il tiro di It’s The End Of The World, già ripreso da Bad Day, o ancora la chiusa di I'm Gonna DJ, ispirata alle proteste no-global del 1999 a Seattle, che però musicalmente sa tanto di REM già sentiti. E forse in generale, sparsa qua e là tra le tracce, l’impressione che a tenere premuto l’acceleratore si perda un po’della potenza melodica e timbrica dell’anima più “acustica” dei REM. Ma, diamine, i REM sono tornati alla grande e adesso li aspettiamo alla prova live a luglio in Italia.
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