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Jason Simon svegliandosi nella calura di una qualunque mattina losangelina, deve aver probabilmente pensato che la sua carriera doveva pur trovare un punto di svolta. E che i Dead Meadow dopo 5 album (di cui gli ultimi due pubblicati dalla celebre, nel panorama indie, Matador Records) di un granitico quanto monotono stoner hard rock avessero necessità di cambiare traiettoria ai loro destini musicali. Ed è anche quello che probabilmente hanno pensato Steve Kille e Stephen McCarty (rispettivamente bassista e batterista della band originaria di Washington DC) quando ad inizio anno sono entrati al Sunset Sound di Los Angeles, con le idee ancora non troppo chiare su cio’ che dovevano fare, ed invece si sono ritrovati finalmente davanti ad una manciata di brani completi, ben strutturati ed articolati, stavolta non soltanto nelle liriche di ispirazione fantasy (Tolkien e Lovecraft su tutti). Brani sui quali dovevano essere innestati a quel punto soltanto degli arrangiamenti che fossero un’evoluzione del vecchio sound e magari anche un po’ innovativi. Vediamo se ci sono riusciti.
"Old Growth" parte forte con “Ain’t Got Nothing To Go Wrong” nuovo cavallo di battaglia dei concerti, ma che paradossalmente, in riferimento al discorso fatto poc'anzi, di nuovo ha veramente poco. Visto che si tratta di una canzone basata sul solito riffone blues di matrice sudista (chi conosce un minimo della restante discografia della band sa di cosa parliamo). Ma funziona, eccome se funziona, anche grazie allo strepitoso e psichedelico finale strumentale in crescendo, che la rende una delle migliori dell’album intero. Già dalle successive e belle “Between Me And The Ground” e “What Needs Must Be” le coordinate di questo nuovo lavoro diventano più delineate. Abolite le lunghe e spesso monotone divagazioni strumentali (merito anche, forse, dell’esclusione del secondo chitarrista Cory Shane presente invece nel precedente "Feathers"), il focus si sposta sulle canzoni vere e proprie con i riff che restano a sostenere le melodie sonnecchianti di Simon. E gli effetti positivi dell’operazione non tardano a manifestarsi. L’album è estremamente gradevole e scorrevole, le canzoni si fanno piacere (da ascoltare e riascoltare “Keep On Walking” e il suo ritornello) e salvo piccole cadute di tono (mai troppo gravi, c’è da dirlo) la qualità media si assesta quasi verso l’eccellenza. Fossimo professori delle scuole medie, probabilmente daremmo senza pensarci troppo un bel Distinto all’opera di Jason Simon e compagni. La prima vera sorpresa dell’album è però “Down Here”, nella quale Simon si traveste da Thom Yorke e pennella con la sua chitarra acustica una pregevole melodia, delicatamente poggiata su un accattivante arpeggio. Le sonorità acustiche sono la vera novità del sesto disco dei Dead Meadow, e la fanno da padrone anche nell’orientaleggiante “Seven Seers” che sembra uscire dalla penna (chitarra) di George Harrison (e per rinforzare il paragone sonoro, accorre in nostro aiuto il sitar suonato dal bassista Steve Kille) e nella conclusiva “Either Way”, lento e malinconico saluto finale. Il top dell’album però non è alla fine, viene un po’ prima e risponde al nome di “I’m Gone”. Vero capolavoro del disco, è quella potente ballata che Simon ha cercato per tutta la sua carriera e che finalmente ha trovato. Melodia orecchiabile, un lacerante assolo di chitarra e un arrangiamento a metà tra la psichedelia west country e le produzioni fine anni ’80 di Jeff Lynne confezionano un brano eccellente. Non sappiamo se i Dead Meadow abbiano trovato o raggiunto la loro massima espressione artistica con questo "Old Growth", ma certamente ci sono andati molto vicino.
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