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Prima i Radiohead hanno fatto da apripista. Dopo di loro numerose band hanno provato e sperimentato l’idea della pubblicazione del disco prima on line e poi su cd. Tra questi anche i The Charlatans, storico gruppo di Manchester, che hanno realizzato il loro decimo album in studio, You Cross My Path, e l’hanno reso liberamente accessibile dal sito ufficiale della band e su Xfm.co.uk. Download gratuito, intanto che si aspetta la versione su cd vinile/box set, su etichetta Cooking Vinyl, prevista per il 19 maggio. In questo quindi il gruppo di Tim Burgess ha optato addirittura per una scelta più radicale, dal momento che Thom Yorke e soci, per il loro ultimo In Rainbows, avevano permesso di scaricare il cd ad un prezzo simbolico. E al di là della particolare iniziativa, bisogna notare sin da subito la buona qualità complessiva del disco. Un album onesto, con una buona quantità – diciamo sette su dieci – di canzoni orecchiabili e in grado di far scuotere violentemente la testa su e giù. Certo, è difficile non sopravvalutare il disco, seguendo la facile equazione gratuito-uguale comunque bello. Riuscendo a dimenticare per un attimo il download gratis, You Cross My Path resta comunque il bel disco, per una band che ha fatto la storia della musica made in UK. Si parte subito forte, con i ritmi puramente rock e puramente inglese di Oh! Vanity, mentre la seconda traccia, Bad Days, unisce una melodia di chitarre indie-rock ad un certo ritmo dance che non dispiace affatto. Ancora, episodi più che riusciti sono Mis-takes e The Misbegotten, che pur non brillando particolarmente per originalità (è evidente, in più punti del disco, l’influenza del sound dei New Order) riescono però a conquistare l’ascoltatore con i ritmi serrati e incisivi. E se A Day For Letting Go si caratterizza per l’uso dell'hammond, la successiva traccia, quella che dà il titolo all’intero album, è quella che forse più di tutte si avvicina all’atmosfera del rock classico e tipicamente british. La dance invece ritorna, con un po’ di monotonia, in Missing Beats (Of A Generation), con tanto di tastiera in evidenza. In My Name Is Despair ancora, si respirano i Cure, in un brano lungo e forse poco coinvolgente, mentre Bird/Reprise è – senza dubbio – una bella canzone rock splendidamente suonata. This Is The End, volendo tradurre dall’inglese, è appunto il brano finale: rock, alternativo quanto basta, molto diretto e incisivo. Il disco che chiude un disco semplice, potente e ben realizzato. E se comunque il confronto coi primi album della band (Some Friendly, Up To Our Hips) non regge affatto, questo resta un album fresco e orecchiabile. Fatto da ottimi artigiani rock, con una grande esperienza alle spalle, che con le loro intuizioni hanno aperto la strada ad un certo modo di fare musica in Inghilterra e che hanno ancora qualcosa da dire, almeno per un altro po’.
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