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Era dal 1985 che si attendeva l’arrivo di un album di questo rango. Quell’anno vide la morte del movimento britannico definito techno-pop, e la restaurazione del cosiddetto “vecchio rock sincero” alla Springsteen e U2. Quell’anno, con i Soft Cell disciolti, gli Human League scarsamente ispirati, e tutti gli altri sempre più funky e sempre meno “electro”, ci beccammo pure “Live Aid” con tutto quel che di male ne conseguì. Ci voleva un miracolo, per resuscitare il genere, e invece arrivarono i Sigue Sigue Sputnik, che si atteggiavano a glam ma risultarono solo coatti. In seguito sperammo brevemente nell’acid house, ma restammo alienati dalle sue ossessive ritmiche in 4/4 e dalla pressochè totale assenza di songwriting. E così ci buttammo su altro. Ma stavolta, con i Fischerspooner e i loro gruppi fratelli, sembra davvero il momento della riscossa. Oggi la loro musica è denominata “electroclash”, ma in realtà è una versione rimodernata del buon vecchio techno-pop. E non meno rilevante è il loro atteggiamento: Warren Fischer (musica) e Casey Spooner (front-man) non hanno dato vita al “solito” duo elettronico a cui eravamo abituati dai tempi dei Suicide (e poi Soft Cell, Yazoo, Erasure eccetera eccetera) ma un “collettivo”. Niente di hippieggiante, beninteso: il termine va inteso nel senso che una trentina di persone, comprese ballerine, esperti di make-up e registi teatrali sono parte dei Fischerspooner, i cui concerti non sono esibizioni live nel senso classico della parola, ma veri happening con elementi di performance-art. Il che riporta alla memoria quanto dichiarato nei primi ’80 da Gary Kemp (Spandau Ballet, epoca “Journeys to Glory”), quando promise che mai e poi mai lui e il suo gruppo avrebbero ricalcato la routine album/tour/album/tour tipica dell’obsoleto rock d’antan, e che avrebbero piuttosto organizzato degli “eventi” nei nuovi santuari dell’epoca, le discoteche. Promessa che, come noto, fu (quasi da subito) disattesa quando gli Spandau Ballet divennero un fenomeno da mega-concerti negli stadi. Ecco: con i Fischerspooner possiamo stare sicuri che un voltafaccia del genere non accadrà. Mai. ---------------------------L’immagine, quindi, come punto di forza dei Fischerspooner; aspetto che potrete verificare da voi stessi grazie all’accluso DVD. E la musica non è da meno: c’è una tradizione primianniottanta che ritorna subito alla luce, fin dalle note iniziali di “Sweetness”, che ricorda gli episodi più spaziali dei Landscape e di Gary Numan. Imperdibile, poi, la cover di “The 15th” dei Wire, addolcita e con gli angoli ben smussati rispetto al nervoso e nevrotico originale. Ben lanciato, potrebbe diventare il loro “Tainted Love”. Altro brano “classico” o in procinto di diventarlo, il singolo “Emerge”, con il suo chorus “Looks good, Sounds good Looks good, Feels good too”. Presenta suggestioni alla “Vienna” la pacata “Tone Poem”, mentre “Invisible” è un altro pezzo dalla ritmica insistita, unico pezzo della raccolta a strizzare l’occhiolino al mondo degli “house party-goers”. Ma il bello di “#1” è che non delude mai: e anche quando, in “LA Song” o “Ersatz”, manca il ritornello memorabile, c’è sempre un’invenzione geniale, o un riferimento che fa capire che Fischer e Spooner i “new romantics” dell’epoca d’oro se li sono ascoltati, e in dosi pure massiccie. ------------------Io ci credo, e ci crede anche la Capitol, che dopo aver messo sotto contratto i Fischerspooner, ha ripubblicato (per la terza volta nel giro di due anni) “#1”, e lo sta promuovendo con decisione. Cosa aspettate a crederci anche voi?
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