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La notizia è sconvolgente. Quello che era stato annunciato come il nuovo album dei Bauhaus, che si erano riuniti per l’occasione, è anche il loro ultimo atto, il disco finale! Il gruppo guidato da Peter Murphy, vocalist ombroso, carismatico ed inquietante, che vede l’apporto di Daniel Ash, chitarra elettrica, di David J, al basso, e di Kevin Askins alla batteria partorisce in soli diciotto giorni un album che è la summa teologica delle loro sonorità e di quella poetica maledetta, ispirata da Rimbaud, che da sempre ne ha guidato il cammino, fin dal lontano 1978, quando il loro gothic rock segnò un marchio profondo nell’era del post-punk inglese. Tornati nella loro line-up originale, i Bauhaus si sono chiusi da soli un una stanza, hanno inciso le nuove dieci canzoni di getto, la prima stesura è stata anche l’ultima, e hanno deciso di sciogliersi dopo aver portato “Go Away White” in tour. Non appena ascolterete il disco vi renderete conto che abbiamo a che fare con l’elogia dell’oscurità che “caccia via il bianco” proprio come nel titolo dell’album. Sulla copertina del disco viene ritratto l’Angelo di Bethseda, dalla statua eretta nel Central Park di New York. I nuovi brani sono al tempo stesso carichi di senso e di furia selvaggia, mettono insieme elementi psichedelici, arrangiamenti sinfonici ma anche trovate sperimentali. Ritroviamo nell’album le radici di gruppi storici della fine degli anni Settanta, come i Joy Division, ma anche le influenze dell’arte di Bowie nel modo di cantare di Peter Murphy, profondo e cupo, come non capitava da tempo memorabile! Canzoni come ”Too Much 21st Century”, “Undone” e “Endless Summer Of The Damned” incarnano l’anima più dura, più elettrica ed aggressiva dello stile dei Bauhaus, mentre sorprendono il giro di basso, assolutamente oscuro e ventrale di “Andrenalin”, e la chitarra hendrixiana di Daniel Ash su “International Bulletproof Talent”. Atmosfere più oniriche invece, quanto mai decadenti ed ancestrali su brani come “Saved” e “The Dog’s A Vapour”, dove il canto di Murphy assume valenze religiose. Un gran bel disco, una sorta di testamento spirituale dei Bauhaus, una band che ha assunto l’inquietudine e l’irrequietezza quali elementi cardine dell’esistenza, che non accetta la modernità avida e mediocre, che va oltre, che cerca qualcosa in più, un gruppo al quale si sono ispirati in molti, e che continua a lasciare un segno marcato e forte anche in occasione dell’addio.
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