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L’ascolto dell’omonimo album di debutto degli Hercules And Love Affair evoca immediatamente immagini precise: bianche camicie sbottonate che riflettono e accentuano le luci multicolore della disco dance anni settanta. Le atmosfere soul e funk dell’album rinvigoriscono degnamente un’indiscussa e celeberrima tradizione che, però, dipinge, a tratti, il duo newyorchese alla stregua di moderne figure mitologiche leggermente caricaturali. La raffinata impresa erculea, capeggiata dalla Dfa Records, è diretta dal Dj e producer di Brooklyn Andrew Butler, un maestro della house music dei primordi ma anche ideatore e buon rappresentante dei più spumeggianti party gay-culture di New York. L’album si avvale della presenza di notevoli voci sebbene predomini su tutte quella di Antony Hegarty, degli Antony And The Johnsons, che presta voce a metà canzoni dell’album: controcanta in “Easy” e “You Belong”, interpreta in modo spettacolare “Blind” ma abbaglia con “Time Will” e “Raise Me Up”. “Blind” è il primo grande singolo estratto, un ottimo tripudio disco funk e cuore pulsante dell’intero lavoro. La sola nota dolente è l’inutile forzatura del video: rimando fin troppo prevedibile quello dell’ambientazione dionisiaca e leggermente alienante della tradizione greco-romana, poteva semplicemente bastare il nome conferito al progetto, Hercules, e i riferimenti love affair. Si sfiora abilmente l’house in “You Belong”, ballata che concede sfogo ai melliflui ondeggiamenti corporei caratteristici dei primissimi disco club di Chicago; “Raise Me Up” è un crescendo diversamente coinvolgente, un pezzo più genuinamente funky. Non me ne vogliate, ma le restanti cinque canzoni sono, forse, maggiormente apprezzabili, proprio perché il cantato da ambigua eterea (ed eterna) sensualità di Antony sforza, fin troppo bene, la collocazione stilistica dell’album, rendendolo a tratti bonariamente e piacevolmente tammaro. Eccezionali rivisitazioni moderne e più moderate sono “This Is My Love” e “Hercules’ Theme” laddove “Athene” è, invece, un motivo contagioso per brindisi, champagne e sorrisi smaglianti. C’è poi "Iris", probabilmente il miglior pezzo lento e meno queer-culture dell’intero album. In conclusione, “True False Fake Real” ribadisce il credo di Andrew Butler: party “piumeggianti”, la disco music degli anni settanta e la sua primissima evoluzione house. Rendiamo merito agli Hercules And Love Affair per le ampie divagazioni strumentali e l’ottima fattura dell’album che riesce ad essere, insieme, divertente e complesso. Godetene bene, insomma, perché ha tutta l’area di essere la prima e unica “fatica” di Hercules.
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