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La strada che porta a Rouen è stata abbandonata, almeno momentaneamente. Questo è il primissimo dato che salta all’orecchio ascoltando “Diamond Hoo Ha”, la nuova fatica dei Supergrass. La band di Gaz Coombes stavolta ha scelto di tornare con decisione al rock, abbandonando di fatto le atmosfere dense di malinconia del precedente lavoro “Road To Rouen”. Le chitarre acustiche e le sontuose orchestrazioni sono state chiuse in soffitta in favore delle care e vecchie chitarre elettriche. Il risultato è un disco fresco, che al solito non inventa nulla ma non perde un colpo sul filo della coerenza e della bontà degli arrangiamenti, come nella migliore tradizione Supergrass. La vena giocosa e autoironica del gruppo sembra essersi improvvisamente ritrovata, assieme a quel pizzico di follia che è sempre stata una sorta di marchio di fabbrica. Un esempio? Quando il bassista Mick Quinn si è fratturato le vertebre cadendo dalla finestra della sua villa durante una crisi di sonnambulismo, il gruppo l’ha presa sul ridere e ha organizzato lo stesso la promozione dell’album ribattezzandosi “Diamond Hoo Ha Man” ed eseguendo in duo una serie di concerti per farsi beffe del destino avverso. Insomma gli elementi per un lavoro brillante ci sarebbero tutti. Eppure scorrendo le tracce di questo “Diamond Hoo Ha” si sente che manca qualcosa, si ha l’impressione che l’ispirazione in fase di scrittura non sia stata delle migliori: manca un pezzo da novanta, in grado di trainare tutti gli altri, una “Mary” o una “Alright” per intenderci. Il produttore Nick Launey, lo stesso scelto da Nick Cave per il suo ultimo album, sembra aver fatto bene il suo lavoro e ad aver dato il giusto tocco “ruvido” ai pezzi. La voce di Coombes tiene bene come sempre e niente sembra suonare fuori posto. “Diamond Hoo Ha” scorre che è un piacere insomma, ma mancando quei due o tre pezzi in grado di fare il salto di qualità. La prima traccia e singolo di lancio “Diamond Hoo Ha Man”, dove i Supergrass si improvvisano novelli White Stripes, suona bene ma non sembra in grado di reggere alla distanza. Sembra fare meglio la cavalcata “Bad Blood”, nella quale aleggia il fantasma di Iggy Pop. Gli episodi migliori arrivano invece laddove il gruppo si diverte a sporcare la psichedelia con il pop, come nella sognante e ironica “Return Of Inspiration”, o in “Ghost Of A Friend”, piccolo gioiello pop-rock che mischia sapientemente i Beatles con il Dylan di “Blonde On Blonde”. Ci sono molte tastiere in tutti i brani, tutte suonate da Rob Coombes, il fratello di Gaz che collabora da anni con il gruppo. Le atmosfere kitsch e orientaleggianti di “Whisky&Green Tea” sono un piacevolissimo diversivo. Davvero bello il sassofono che affiora in certi passaggi, dando quel pizzico di follia in più che non guasta davvero. Diversi pezzi però, come la stonesiana "345", non sono all’altezza e sembrano per lo più riempitivi. Non convince il revival britpopparo di “Outside” ne’ il finale di "Butterfly", pezzo che sembra scritto da un David Bowie - e non a caso il disco è stato registrato a metà tra Los Angeles e Berlino - poco ispirato. Siamo insomma di fronte ad un album sicuramente piacevole da ascoltare, ma che stenta a lasciare il segno. Se il precedente “Road To Rouen”, pur con luci e ombre, poteva rappresentare un’interessante evoluzione, questo “Diamond Hoo Ha” suona invece come un mezzo passo falso. Non resta che aspettare la prossima occasione, per capire se in che direzione vorranno andare i Supergrass. La strada verso Oxford è la più comoda, quella verso Rouen la più suggestiva. A loro la scelta.
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