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Stephen Malkmus
Real Emotional Trash
2008
Domino
di Andrea Salacone
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Al diavolo i trascorsi di Stephen Malkmus. Al diavolo i detrattori che si lamentano per la perdita di naïveté della sua proposta artistica. Chi denigra le sue scelte musicali, la “classicità” del suo sound, la tendenza alla prolissità delle parti solistiche della chitarra, l’abbandono dell’approccio sbilenco che rendeva (più o meno) unico il repertorio dei Pavement. Real Emotional Trash dimostra l’altissimo livello compositivo raggiunto dal songwriter californiano, che si muove con grande disinvoltura tra registri diversi, dai brani movimentati a quelli più rilassati, a volte crepuscolari; citando, magari, senza mai però riproporre pedissequamente stili e generi del passato. Il ritornello scanzonato con voce in falsetto di Dragonfly Pie, posta in apertura del disco, ne stempera l’incedere cupo, quasi sabbathiano, e rende evidente che Malkmus non si è lasciato alle spalle la levità dei Pavement. Hopscotch Willie svela nostalgie seventies, con chitarre distorte, wah–wah, basso sinuoso, rullate di batteria e cambi di tempo; Cold Son vanta un chorus irresistibile, con echi dei Pixies; la swingante Gardenia, arricchita da vocalizzi e dalla voce doppiata, ci trascina negli anni Sessanta; Baltimore sembra uscita dal repertorio di Richard e Linda Thompson, e tenta anche la strada del prog; il ritornello di We Can’t Help You, impreziosita dal piano, vi ritroverete a canticchiarlo sotto la doccia; Out Of Reaches, momento più ispirato dell’album, pur nella sua asciuttezza vi stringerà il cuore, e con Elmo Delmo vi verrà voglia di riascoltare i vecchi Lp dei Pentangle. Un’opera decisamente poco Trash ma molto Emotional.
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31/03/2008 -
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