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Negli ultimi anni il mio interesse verso la produzione discografica di Nick Cave era scemato in modo esponenziale, andando aldilà di un preoccupante livello di guardia. E il primo a stupirsene era stato lo stesso sottoscritto, io che l’artista australiano l’avevo sempre seguito con un’attenzione talora sconfinante nella venerazione, fin dagli incendiari esordi gotico-rumoristi con i Birthday Party, passando per le nevrosi blues dei primi album solisti e per la svolta à la Cohen/Johnny Cash di quel folgorante trittico concepito sotto il wendersiano cielo di Berlino che risponde ai titoli di “Your Funeral...My Trial”, “Kicking Against The Pricks” (entrambi 1986) e “Tender Prey” (1988), fino a giungere alla raffinata compostezza di “Good Son” (1990) e delle “Murder Ballads” (1996). Ma a partire da “Boatman’s Call” (1997), Cave era sembrato dare segni di stanca, era parso restare intrappolato dal suo stesso personaggio di crooner apocalittico, intestardito nel ripetere sé stesso. E così facendo era diventato il tipico artista gradito a quella fascia di consumatori agiati e ultratrentenni che (a Roma) ascoltano RadioRock, fanno la spesa di CD da Mel’s Bookstore usufruendo di tessera sconto e la musica dal vivo la consumano solo all’Auditorium con posti a sedere tutti rigorosamente numerati. In breve: quel tipo di pubblico che non desidera sorprese, follie o isterie, e che se per caso incappasse nel giovane Cave esagitato dell’epoca Birthday Party scapperebbe a gambe levate. Anche il doppio “Abattoir Blues / The Lyre Of Orpheus” uscito nel 2004 e salutato da varie parti come un “ritorno alla forma”, mi era sembrato – tranne un paio di sussulti – poca cosa rispetto al miglior Nick Cave. Poi un anno fa c’è stato l’intrigante esperimento “Grinderman”, una sorta di versione down and dirty dei Bad Seeds che aveva fatto intravedere qualcosa di nuovo, con un ritorno agli animal spirits dei tempi andati. E oggi, dopo aver sentito questo nuovo “Dig!!! Lazarus Dig!!!”, è possibile affermare che il miracolo si è effettivamente prodotto e che come il Lazzaro evocato dal titolo Nick Cave ha trovato la via della sua resurrezione artistica, lasciandosi finalmente alle spalle gli stantii manierismi delle recenti pallide prove (vedi ad es. “Nocturama” del 2003) e ritrovando come per incanto energia, spontaneità e urgenza: tutte le qualità, insomma, che lo hanno reso una delle grandi icone del rock moderno. Per un buon 50 per cento, su “Dig!!! Lazarus Dig!!!” siamo dalle parti di un garage-blues realizzato con perizia e classe al di sopra della media, come (peraltro) da tradizione Bad Seeds (qui, come anche su “Abattoir Blues” senza un Blixa Bargeld la cui influenza berlinese decadente stava iniziando a diventare nociva, ma con i confermati Thomas Wydler, Warren Ellis, Conway Savage, Martyn P. Casey, Jim Sclavunos, James Johnston e il partner di sempre Mick Harvey). Si parte bene, anzi benissimo con la title-track (e non ricordavo un brano di apertura di un album di Nick Cave così esplosivo dai tempi di “She’s Hit” dei Birthday Party del 1982), un’effervescente cavalcata dominata dall’irrefrenabile voce del cantante australiano che trasporta un Lazzaro – che lui chiama “Larry” - risorto contro la sua volontà nella precaria Lower East Side newyorkese degli anni ’70: “Larry grew increasingly neurotic and obscene/ I mean he, he never asked to be raised up from the tomb/ I mean no one actually asked him to forsake his dream”. Colpisce nel segno anche la successiva “Today’s Lesson” con un farfisa alla “Nuggets” e con l’invocazione stoogesiana di Cave – che riflette poi, a pensarci bene, l’intento del disco intero – “we’re gonna have a real cool time”. La tenebrosa “Moonland”, dalla bella melodia, rimanda alla poetica del periodo “Murder Ballads” e consente di riprendere fiato dopo un inizio così fragoroso, mentre il blues minimale e “berlinese” “Night Of The Lotus Eaters” sa di già sentito (questo genere di cose Cave lo ha fatto – e meglio – in passato) ed è uno degli episodi più deboli dell’album. Poi però con le successive “Albert Goes West” (molto alla Grinderman) e “Call Upon The Author” (destinato a diventare un classico) i Bad Seeds tornano a premere il pedale dell’acceleratore, con Cave a condurre le danze con la sua voce odierna, più bassa e baritonale, che lo pone come una sorta di incrocio tra Iggy Pop e il Jim Morrison del periodo “L.A. Woman”. Il flusso garage-blues viene spezzato dalla più pacata “Hold On To Yourself”, ma c’è ancora tempo per una stupefacente party-song, “Lie Down Here (And Be My Girl)”, uno di quei brani che dal vivo farà faville, con un fantastico chorus (solo apparentemente) anni Sessanta. Quindi due colte citazioni: la deliziosa “Jesus Of The Moon” che potrebbe essere stata scritta da un Leonard Cohen d’annata (e cantata meravigliosamente da Cave) e la cavalcata solitaria “Midnight Man” che rimanda nettamente al Bob Dylan di “Blonde On Blonde”, sia per via della struttura del brano che per il suono dell’organo molto alla Al Kooper. Abbastanza inutile, invece, l’interminabile, ripetitiva “More News From Nowhere” che chiude – maluccio – un disco egregio, possibilmente tra i Top 5 della produzione solista di Nick Cave. Certo: “Dig!!! Lazarus Dig!!!” è un'opera di retroguardia - è indubbio - ma nel suo genere sarà difficile ascoltare qualcosa di meglio nell’anno di grazia 2008.
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