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Niente da dire: ci sono certi dischi e certi gruppi che sono freschi come una mattinata primaverile, semplici come una notte d’estate, intriganti come una bella donna in vestito da sera. Magari una bella donna svedese, come svedesi sono gli Shout Out Louds, che prendono il nome da una canzone dei Cure, e che della band di Robert Smith ricordano tanto, anzi di più. La voce di Adam Olienus, innanzitutto, che in certi casi è identica a quella di Smith. Ma anche i ritmi, le melodie, che tanto devono ad uno dei gruppi più importanti della scena musicale inglese. "Our Ill Wills" è un album che deve tanto ai Cure, ma sa anche come rielaborarli, come adattarli a nuove sonorità, che definire solari è forse il termine più adatto. Un disco caldo e avvolgente, quello di questo gruppo scandinavo, che esce a due anni dall’esordio "Howl Howl Gaff Gaff", che aveva già mostrato in pieno le loro qualità di gruppo pop-rock, stadio successivo dell’evoluzione di tante band indie-rock mordi e fuggi, nate e scomparse nel giro di un cd. Questi qui dureranno, o per lo meno sembrano avere molto più da dire. Certo, il debito nei confronti dei Cure è forte, e in certi casi sfiora quasi il plagio ("Normandie", ad esempio, ricorda fin troppo "Close To Me"), ma il quintetto riesce a fare anche altro: parte subito con il bel riff di chitarra di "Tonight I Have To Leave It", continua con la delicatezza sofferta di "Parents Livingroom" e ancora con il ritmo deciso della batteria di "You Are Dreaming". Un terzetto di canzoni iniziali, che meriterebbero da sole l’acquisto del disco. In "Suit Yourself", si sente anche la voce della tastierista Bebban Stenborg, presente anche nella scanzonata "Blue Headlights". "Impossible" è, senza dubbio, la canzone più orecchiabile del disco, anche per questo primo singolo: Olenius canta la sua tristezza per un amore finito, sente che “non c’è più futuro”, ma il coretto risponde che è impossibile. La melodia è delicata, i violini la rendono indimenticabile. Forse dopo queste il disco ha una leggera flessione, con "Normandie" che è bella sì, ma identica alla canzone dei Cure, "South America" che ha un sound quasi folkeggiante, ma poco incisivo e "Ill Wills", l’unica traccia strumentale, un po’ troppo triste e anonima. Ma il livello si rialza subito con le tre canzoni che chiudono il disco: "Time Left For Love", dalla melodia coinvolgente, la sofferta e minimale "Meat Is Murder" e "Hard Rain", una lunga cavalcata di suoni potenti, decisi e malinconici, che ricorda in qualcosa una canzone degli I Love You But I've Chosen Darkness, ma anche loro devono tantissimo ai Cure, quindi il cerchio si chiude e resta solo la bellezza evidente di questa canzone, forse la più emozionante del disco. Che è davvero un bel disco, e cresce dentro, ascolto dopo ascolto.
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