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"Rinnovamento nella continuità" era il motto di Alessandro Natta, penultimo segretario del Pci, dal 1984 al 1988; motto nato durante la seconda metà degli anni 60, quando il partito egemone della sinistra italiana tentava la rincorsa all'incipiente 68. Si sa come andò a finire: un fallimento. Assumendo lo stesso motto, gli Offlaga Disco Pax invece centrano l'obbiettivo, sfornando un secondo disco di gran lunga superiore al celebratissimo (e giustamente) "Socialismo tascabile". Continuità perché se il disco del 2005 proponeva canzoni in cui compariva la madre di Collini ("Kappler"), qui c'è il ricordo del padre ("Venti minuti"); se là c'era quel piccolo enigma sull'identità di un musicista alternativo ("Tono metallico standard"), qui si narrano gli esordi di Ligabue e Capossela ("Lungimiranza"); l'ammicco al Toblerone lanciato in "Robespierre" viene qui chiarito in "Cioccolato I.A.C.P.", che nel titolo, solo nel titolo, echeggia "Cinnamon"; l'epopea cavriaghese di "Piccola Pietroburgo" si illumina di nuovi particolari in "Onomastica"; al ritratto femminile di "Khmer rossa" succede quello di "Superchiome"; la semiseria Östalgie di "Enver" e "Tatranky" si ribadisce e stempera in "Ventrale". Eccetera. "Bah, lo sapevamo che al secondo disco crollavano": mi pare già di sentirvi, orsacchiotti miei. E invece no. Per nulla. Il rinnovamento centra il pieno il bersaglio. Perché alla scuola 4AD e alle nostalgie CCCP di "Socialismo tascabile" succede il convincente recupero del krautrock marca Düsseldorf di Kraftwerk (citati in “Superchiome”), Neu! (il beffardo motorik di "Dove ho messo la Golf?"), Harmonia, Cluster, L.A. Düsseldorf. E perché l’immaginario pocket soviet del primo disco si dilegua sullo sfondo. Cosa rimane? Rimangono l’adesivo di Lula sulla fatidica Golf, l’ultimo recordman ventralista Vladimir Yashchenko, un circolo Arci e una sezione del Pci. Sfondi, appunto, perché ancora più evidentemente che in “Socialismo tascabile” bandiere rosse e falciemartelli sono lì solo perché parte di quel piccolo mondo antico di cui il Collini ama perpetuare la memoria. È una narrazione in cui voce e strumenti, significativamente messi allo stesso livello nel missaggio, svolgono ruoli paritari ma complementari. Anzi, in realtà gli attori qui sono tre: parola scritta, parola recitata e musica. Già, perché la forza di questi testi sta nell’autoimposta presa di distanza dal loro contenuto emozionale, sia ridicolo (“Dove ho messo la Golf?”) sia drammatico (“Cioccolato IACP”). Il tono quasi da relazione scientifica o da verbale di partito (anche della voce, oltre che delle parole), allontana ogni remota tentazione melodrammatica. Ma così facendo evita la banalità e ci fa giungere intatta l’emozione, come un pugno allo stomaco. Chi non si commuoverà con “Cioccolato IACP”, di fronte specialmente al colpo di scena finale, ha dei problemi. Perfetto esempio, questo brano, del modo di procedere degli ODP: la narrazione è costellata di battute (“Mi rendo conto in un attimo che ci sono cose per cui non serve la licenza media”) il cui potenziale esilarante è annullato / raggelato dal tono freddo, metallico, standard con cui sono pronunciate, mentre la parte melodrammatica è consegnata all’insistere ostinato del piano su due accordi sospesi a intervallo di quarta, appena variato dai tentativi di perturbazione degli altri strumenti, che sembrano evocare la vibrazione della materia che si decompone: quella della carne, quella dei sogni, quella della memoria. Al termine, lo svaporare disordinato degli archi evidenzia il dissiparsi definitivo della vita della protagonista, che solo le parole della canzone, transeunti anch’esse, possono mantenere in vita per tre minuti ancora. Alla fine, queste sono stanze di vita quotidiana, di una frammentarietà carveriana, tessere individuali di un mosaico collettivo di cui costituiscono la sineddoche: la parte che ha in sé la valenza del tutto, un gioco di specchi di citazioni (anche musicali) di opere e frammenti di vita estremamente postmoderno. In un mondo crollato a pezzi, ogni frammento riverbera in sé tutti gli altri, riassumendone in sé il senso complessivo. (Quasi) l’unico futuro possibile della canzone d’autore italiana. Grazie a Dio, è finita l’epoca dei Guccini.
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