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American Music Club
The Golden Age
2008
Cooking Vinyl
di Andrea Salacone
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Con "The Golden Age", Mark Eitzel e compagni hanno realizzato l’ennesimo album perfetto da ascoltare in giornate come queste, ancora incerte tra i primi tepori primaverili e gli scrosci di pioggia. Tagliato il traguardo del nono album (il primo, "The Restless Stranger", risale al 1986) gli American Music Club sono tutt’altro che sopravvissuti (nel senso di “sorpassati”), come li raffigura la copertina del disco, né tantomeno navigano in cattive acque (sempre per rifarci all’artwork del Cd) sul piano artistico, a giudicare dallo spessore dei brani che ci offrono. Rispetto alla produzione precedente è ravvisabile una certa serenità di fondo: la ricerca di canzoni che dipingano la vita con tonalità chiaroscurali senza cedere mai alla cupezza e allo sconforto. Certo, si nota sempre la zampata di Eitzel, che in "Decibels And The Little Pills" – mirabile bozzetto acustico graffiato, nel finale, dalla chitarra distorta di Mark “Vudi” Pankler – dichiara “in this place you can’t find a face without a trace of despair or a shroud”; tuttavia, almeno a livello di umori e dell’interpretazione vocale, la drammaticità di vecchi pezzi quali "Big Night", "Last Harbor", "Kathleen" o "Mission Rock Resort" (da "60 Watt Silver Lining", secondo album solista del cantante) sembra lontana anni luce. I momenti da ricordare di "The Golden Age" sono molteplici: i tenui arpeggi e la batteria suonata con le spazzole di "All My Love"; "The Stars", che a noi ha ricordato molto alcuni passaggi di "Hey You", dei Pink Floyd di "The Wall"; la dodici corde acustica ed Eitzel che modula il canto trasformandosi in Stephen Patrick Morrissey in "Who You Are"; l’amara "The Dance", squarciata dal feedback; l’incedere di "I Know That’s Not Really You", una "Gary’s Song" versione 2008. Gustatelo prima che le giornate si allunghino ulteriormente, suscitando il desiderio di sonorità meno intimistiche e affascinanti.
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17/03/2008 -
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