|
Veniamo subito al dunque: Volume 4 è un album gradevole e piacevole ma non è all’altezza dei successi più celebri di Joe Jackson. E la cosa risalta chiara se avete comprato la versione con il CD live in omaggio (poco più di 20 minuti registrati nel 2002 nei concerti tenuti a Londra e Portsmouth), in cui l’artista inglese ripropone 6 vecchi brani tratti dai primi due album (3 da Look Sharp e 3 da I’m the man): la differenza c’è e si sente, il primo (scatenato) Jackson si è fermato e il ritmo è notevolmente cambiato (per inciso: il live è sicuramente gradevole ma se questo è splendido, come definito da Angelo Aquaro sul Venerdì di Repubblica, allora il “Live 1980-86” cos’era? Il paragone fra i due non regge, in quanto il secondo rimane una pietra miliare mentre questo è un utile strumento per conoscere il primo Jackson, che agli appassionati non dirà molto di più di quanto già conoscono). Cionostante per i fan di Jackson, fra cui mi iscrivo di diritto, l’album è fra quelli da avere, in quanto le doti di songwriter ci sono tutte e, soprattutto, vi è la presenza assoluta del piano-man inglese. Come ormai già ampiamente scritto, l’album segna la riunione di Joe Jackson con i vecchi membri della Joe Jackson Band, cioè Gary Sanford (chitarra), Graham Maby (basso) e Dave Houghton (batteria), con cui aveva iniziato la carriera nel 1978 producendo, nell’ordine, “Look Sharp”, “I’m the man” e “Beat Crazy” per poi sciogliere la band nel 1980 e continuare la carriera da solista: perciò l’album si intitola “Volume 4”, in quanto rappresenta il quarto capitolo della vicenda che unisce Jackson agli altri compagni. L’apertura è degna del più classico Jackson: “Take it like a man”, un ironico ritratto della donna 21° secolo che “ha bisogno di te come il pesce della bicicletta”, è una canzone dal ritmo elevato dove l’assolo di piano, una costante dell’album si fonde bene con gli altri strumenti in un brano degno di “I’m the man”. Il secondo brano, “Still alive”, si muove già su un ritmo molto diverso, più piano, in sintonia con un testo in cui il protagonista si ricorda che, nonostante tutti i dolori dell’amore, è rimasto ancora vivo, quasi a simboleggiare che le passioni d’amore trascorse lo hanno segnato ma non certamente perso. La canzone è costruita su tre strofe di otto versi, intervallati da un breve stacco di tre versi prima dell’ultima strofa in cui cambia anche la melodia: una struttura semplice per una canzone piacevole il cui ricordo tende però a svanire, non essendo certamente a livello delle più blasonate “Be my number two” o “It’s differente for girls” quale canzone lenta e romantica. La terza canzone, “Awkward age”, un ritratto impietoso di una adolescente, è quella che preferisco per il ritmo incalzante (non a caso al canzone più corta dell’album) dato dal mix batteria-chitarra da rock semplice ed efficace: in ogni album Jackson riesce ad infilare una di queste canzoni apparentemente semplici ed, allo stesso tempo, gradevoli (penso a “Get that girl”, una delle canzoni meno pubblicizzate di “I’m the man”. Il ritmo cambia decisamente con la quarta canzone, “Chrome”, dal taglio decisamente intimista in ricordo di un amore che ha fatto carriera e se ne è andato: rimane la malinconia condensata in 4 minuti abbondanti di suoni scarnificati ed essenziali, in cui l’orchestrazione si afferma solo nel ritornello, lasciando altrimenti spazio ai singoli strumenti. Il ritmo si abbassa ulteriormente nella canzone “Love at first light”, dove predomina il timbro del piano e della batteria in una dolcezza finale di solo piano che, in dissolvenza, abbandona l’ascoltatore immerso in una atmosfera di abbandono totale. Si torna su ritmi diversi con “Fairy Dust”, dove il piano ci trasporta in una serie di suoni elettronici per farla assolutamente da padrone in un assolo prima della penultima strofa e del finale spiazzante. Molto gradevole risulta anche “Little bit stupid”, meno ritmata della precedente con un dialogo fra voce e chitarra in alternanza che la rende gradevole come le altre canzoni senza, però, renderla indelebile nel ricordo. Altro lento, in un alternarsi che quasi non conosce sosta, è quello registrato in “Blue flame”, la canzone più lunga dell’album con 5’ e 23’’ (e i fan di Joe Jackson sanno cosa può significare questo per un cantante abituato a ritmi indiavolati nella canzone da tre minuti); anche in questo caso vi è una predominanza del piano, quasi strumento ideale per esprimere idee di bitterness presenti in abbondanza nel testo che ricorda di una amica che si isola dal mondo esterno e non vuole più essere raggiunta. Ovviamente la canzone successiva ha di nuovo un altro taglio, molto ironico, che ricorda molto “Jet set” di “Big World”, con schitarrate e batteria costante: un’altra canzone molto ironica e piacevole che, però, non impressiona l’orecchio indelebilmente, rimanendo l’ennesimo esercizio di stile di un cantante che può esprimere ben altro rispetto a questo. Una variazione ska si ha in “Thugz ‘r’ us”, altra ironica presa in giro questa volta delle posse locali, i giovani rapper (forse Eminem?) che “look white but we wanna be black”. Infine con l’ultima canzone si chiude il cerchio col ritorno ai ritmi frenetici congeniali a Jackson, indispensabili per descrivere un bel litigio di coppia, emblema di uno scontro fra sessi commentato da una batteria mai così attiva e da una chitarra rivitalizzata dopo molti brani assolutamente intimisti. Insomma un album che non può mancare ad un fan di Joe Jackson a patto di sapere che non ci troviamo di fronte ad uno dei suoi grandissimi capolavori ma ad un album che, come è stato giustamente notato, fa suonare alla Joe Jackson band non tanto un revival ma il pop “più raffinato e meno nervoso” che il cantante avrebbe poi percorso nella sua carriera; ma, forse, il ritorno alle origini del cantante inglese si è reso necessario dopo una parentesi in cui aveva sperimentato forme molto diverse di musica, fra cui anche quella classica, quasi a simboleggiare che prima o poi tutti torniamo a casa per ritrovarci (e qui si spiegherebbe il live con canzoni dei primi due album), anche se, inevitabilmente, ad ogni ritorno a casa siamo un po’ diversi e anche un disco come “Volume 4” che dovrebbe rifarsi agli inizi non può che essere un passo in avanti perché i cambiamenti ci sono stati e si riflettono sul modo di ri-vivere le origini, un secondo parto simile ma non uguale al primo perché troppi “new mornings” sono passati dai primi tre capitoli.
|