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The Mars Volta sono così. O li si ama, o li si odia. C’è gente che dopo aver ascoltato De-loused in the comatorium (2003) aveva già gridato al miracolo, accogliendo a braccia aperte la band più rivoluzionaria degli ultimi dieci anni. Altri, invece, li hanno sempre mal tollerati, incrementando le loro critiche in corrispondenza degli ultimi due lavori, evidenti passi falsi: Frances The Mute (2005) prima e Amputechture (2006) poi. Come sempre la verità sta nel mezzo. Beh, sì. Perché dopo lo straordinario esordio di cinque anni fa, i capelloni Omar Rodriguez e Cedric Bixler Zavala hanno perso progressivamente colpi, per stabilirsi in un limbo musicale che li ha visti sempre più incompresi e inconcludenti, a metà tra la sperimentazione pura e folgorante dell’esordio e lo stanco susseguirsi di clichè della musica progressive, nelle uscite successive. Questo The Bedlam In Goliath, quarto album di inediti uscito per la Universal ad inizio anno, in questo senso solleva un po’ la media. E’ infatti un disco molto più compatto, strutturato ed intelligente dei precedenti. C’è sempre la straordinaria abbondanza di suoni, ma stavolta il gruppo riesce a non strafare mai, a non perdersi avviluppandosi su se stesso in una serie di saliscendi sonori. E così il risultato è più che sufficiente: alcune canzoni davvero molto intense, belle, più lineari, ma sorprendenti, come Goliath (primo singolo), Metatron con i suoi numerosi cambi di ritmo – marchio di fabbrica, ormai, della band -, Agadez e Soothsayer, ricca di suoni originali. C’è sempre molto prog-rock, ma questa volta meno violento e furioso, più calibrato del solito. Alle volte si ha quella sensazione di eccessività (Cavallettas), di incomprensibile sovrapposizione di suoni (Askerpios), di troppa carne sul fuoco (e anche troppi falsetti e vocine strane), ma il più delle volte la forza propulsiva del gruppo sembra incanalata sui giusti binari, tralascia i virtuosismi inutili del passato e centra il punto, tiene sempre sveglio l’ascoltatore, anche grazie al nuovo batterista della band, Thomas Pridgen. E i risultati sono molto più interessanti, come testimoniano anche i riusciti episodi finali: Ouroboros e Conjugal Burns. Forse il disco della rinascita musicale dei The Mars Volta? Ancora presto per dirlo. Di certo in questo album qualcosa di buono c’è; in queste 12, sempre lunghe, tracce. E di sicuro un po’ più di umiltà rispetto al passato recente. Vogliamo essere ottimisti, allora: la strada intrapresa sembra quella buona.
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