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Ci pensava da un po’: rifare da cima a fondo un concerto entrato nella storia, quasi cinquant’anni fa. Nel 1961, alla Carnegie Hall di New York, Judy Garland diede vita ad uno dei recital più acclamati della storia della musica e il disco che ne fu tratto stabilì in poco tempo un record di vendite per un live. Quello spettacolo, quelle atmosfere, quella capacità, per certi aspetti inimitabile, di mescolare gioia e sofferenza, opera e musical hanno a lungo rappresentato una piccola ossessione per Rufus Wainwright che, licenziato da meno di un anno “Release The Stars”, si è subito rimesso al lavoro per produrre la sua personale rivisitazione di “Judy At Carnegie Hall”. L’impresa è stata affrontata con una deferenza ed un rigore filologico impressionanti, come già si evince dalla grafica della copertina perfettamente ricalcata sull’originaria. Certo i due personaggi hanno caratteristiche nettamente diverse. Al di là del fatto che ci sono due generazioni a separarli, Judy Garland era un’icona sofferente, che non amava scherzare e si rifugiava nel musical per esorcizzare i propri tormenti. Rufus non perde occasione per unire una sana vena giocosa, quasi da cabaret, ad una straordinaria sensibilità musicale che lo porta a sondare tutti i terreni del pop, non solo quello d’antan. Una cosa li lega: amano circondarsi dei loro cari. Judy era spesso accompagnata dalle figlie e Rufus non è stato da meno, invitando al Palladium di Londra tutta la famiglia al gran completo. La scaletta non si è discostata da quella portata in scena da Judy Garland. Ventisei brani, dall’overture iniziale alla trionfale chiusura di “Chicago”, che offrono uno spaccato di mezzo secolo di easy listening americano attingendo da autori quali George Gershwin (il più presente), Harold Arlen e Noël Coward. Brani dal pedigree inattaccabile che grazie all’interpretazione spontanea ed essenziale di Rufus conoscono una seconda giovinezza, semmai ne avessero avuto bisogno, senza stravolgere gli originali. La chiave di volta è sempre la sua voce, in bilico tra acuti e toni più dimessi e a suo agio con qualunque spartito, dall’agile “When You're Smiling (The Whole World Smiles With You)” alla soffice “Do It Again”, dalla straripante “That’s Entertainment” alla luminosa “Over The Rainbow” (peraltro proposta anche nell’ottimo medley d’apertura). “Stormy Weather” è affidata alle amorevoli cure della sorella, ma alla fine si rivela uno dei passaggi più incerti, davvero troppo, un monumento del genere, per la pur pregevole ugola di Martha. Se ascoltando “Release The Stars” avevamo iniziato a percepire qualche lieve segno di ripetitività, “Rufus Does Judy At Carnegie Hall” ribadisce a buon diritto che l’ispirazione di Rufus Wainwright non ha perso lo smalto del passato. Voleva realizzare un vecchio sogno, emulare la mamma di Liza Minnelli e Lorna Luft (ospite al Palladium), e la cosa gli è riuscita particolarmente bene. Ora tocca ad un altro progetto accarezzato sin dagli esordi, concepire un’opera sinfonica tutta sua. Progetto che punta molto in alto, al quale Rufus si accosterà con garbo e consapevolezza dei propri mezzi. I quali, in confronto con la media, sono davvero di un altro pianeta.
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