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L'uomo, distrutto dall'influenza e dai dubbi esistenziali che ne minavano da sempre la vita, uscì di casa dopo cinque giorni consecutivi di febbre e letto. Non aveva un motivo particolare per uscire, no, se non quello di rivedere un po’ di vita vera, dopo tanti libri e televisione trash. La febbre era scesa ma l'attenzione era ancora precaria, le gambe flosce e indipendenti, lo sguardo perso e umido. Peregrinò, il nostro, un po’ a casaccio, e poi, come al solito, si ritrovò, quasi per caso, nel solito negoziaccio di dischi pieno di "offerte" imperdibili e irrinunciabili. Discacci italiani degli anni 90, raccolte improbabili di musicaccia andata a male, compilation di oscuri dj mai sentiti, le cui copertine – inguardabili – promettevano mirabilie impromettibili. Il pover'uomo si avvicinò a uno dei – pochi – punti di ascolto, dove campeggiava rassicurante la scritta "Novità". La cuffia era mezza rotta – gli italiani, pensò, non sanno notoriamente usufruire in modo civile dei servizi loro offerti – e la copertina del disco in ascolto era girata verso l'interno. Non si sa perché, l'uomo fece ciò che in genere non amava fare: mise la cuffia e non girò la copertina. Tanto, pensò, sarà la solita schifezza. La musica partì, imperterrita, insensibile allo stato d'animo prostrato dell'uomo. Un pezzo reggae. Lo sapevo, pensò, la solita schifezza. Il pezzo continuò ma l'uomo restò, chissà perché, con la cuffia in testa. La musica, in fondo, è comunque la migliore medicina contro il male dell'anima. Ma quella musica, quel reggae… Certo, non il solito clone di Bob Marley, pensò l'uomo; anzi, una certa vena melodica originale. Non male, in fondo. Finito il pezzo l'uomo fu sul punto di togliersi la cuffia; non voleva sentire altro reggae, pensò: meglio andare via. Ma qualcosa lo trattenne, e continuò ad ascoltare… Dopo circa un'ora era ancora lì, un sorriso ormai irremovibile stampato sul volto asciutto e disteso, continuando a smanettare sul selettore dei brani, avanti e indietro. Un bambino contento in un grande magazzino di New York a Natale. Irrefrenabile. La febbre, pensò, ha anche dei lati positivi. In fondo ho ascoltato un campionario di tutta la migliore musica degli ultimi dieci o venti anni, tutta condensata in un solo disco. E non è una fottuta compilation! Certo, devono essermi salite molto, la febbre e la musica; non può esistere davvero nulla di tutto questo nella realtà. L'uomo era completamente andato; volteggiava felice fra echi di Jimi Hendrix, ballate soul, pezzi swing, retrogusti folk. Il tutto arrangiato alla perfezione, con suoni vintage e al contempo molto moderni e originali. Ce n'era veramente per tutti i gusti; eppure tutto appariva così coerente e omogeneo! Un vero caleidoscopio di luci, colori, suoni, sensazioni. E, su tutto, una voce e una chitarra meravigliose, quasi di un altro mondo, mai sentite così in sintonia, così funzionali l'una all'altra. L'uomo, alla fine, gli occhi umidi e le gambe salde, prese il disco, lo portò all'uscita e, non visti (lui e il disco) da nessuno, uscirono fra la gente che non poteva più vederli.
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