|
La storia è questa: ho un amico che era uno dei massimi cultori di Van Morrison, di cui possedeva tutta la sterminata discografia. Successe però che a seguito di una delusione amorosa, questo mio amico decise di fare piazza pulita di tutti i propri adorati album di Van The Man, intimamente persuaso che il cantante irlandese fosse in qualche modo responsabile delle sue sventure con il gentil sesso. “Ho chiuso con Van”, lo ricordo argomentare, “è troppo profondo, triste e grigio... forse porta perfino sfiga. E poi è totalmente privo di glamour, e con le ragazze è un pessimo argomento di conversazione. Se gli dici che ti piace Van Morrison, iniziano subito a perdere interesse e a guardarsi intorno... Non hanno neanche torto: è musica che sa di vecchio e polveroso. Lo riprenderò in mano quando farò trent’anni. ” Detto, fatto: un bel dì uscì di casa con il suo enorme mazzo di album di Van Morrison e vi ritornò, poche ore dopo, avendoli scambiati con dischi di gente allora assai gradita dalle fanciulle come Style Council, Bronski Beat e perfino Sigue Sigue Sputnik: la fine di un’epoca e – anche – di interminabili pomeriggi invernali (senza donne, naturalmente...) passati ad ascoltare Van, e in cui anch’io, più nolente che volente per la verità, mi ero fatto una massiccia cultura sull’opera omnia del cantante di Belfast.
Questa faccenda mi è tornata in mente in relazione al mastodontico programma di ristampe rimasterizzate di 29 album di Van Morrison dal 1971 al 2003 (con l’esclusione dei capolavori “Astral Weeks” del 1968 e di “Moondance” del 1970 per questioni di diritti), che vede già in questi giorni nei negozi le nuove edizioni di "Tupelo Honey" (1971), "It’s Too Late To Stop Now" (1974), "Wavelength" (1978), "Into The Music" (1979), "A Sense Of Wonder" (1985), "Avalon Sunset" (1989) e "Back On Top" (1999). Mi è tornata in mente perché è vero che, aldilà del suo periodo “classico” situabile tra il 1968 e il 1974, in cui Morrison inventò di sana pianta un personalissimo stile di celtic soul rock’n’roll fra l’altro molto imitato (vedi in primis Springsteen e i Dexys Midnight Runners, ma la lista è lunghissima), a partire dalla metà degli anni ’70 e fino ai nostri giorni, i dischi di Van sono – tutti – permeati da un certo grigiore e da una fatale mancanza di “fuoco”. Anche a raccontarla, la carriera di Van Morrison - uno degli artisti più longevi e prolifici nell’ormai ultracinquantennale Storia del Rock - appare assurdamente piatta rispetto a quella dei suoi contemporanei: nella sua vita (ed opera) non ci sono state inusitate conversioni religiose come per Dylan, abissi di schizofrenia come per Brian Wilson, tragedie familiari come per Clapton, slanci socio-politici come per Springsteen. No: per Morrison vale ancora nel 2008 quello che valeva nel 1977 e i suoi temi portanti sono oggi come allora una ansiosa ricerca spirituale, un amore mai sopito per i poeti del romanticismo inglese e una inflessibile certezza nella forza purificatrice della musica. Questo grigiore morrisoniano era già visibile nei suoi due album di fine anni ’70, "Wavelength" e "Into The Music". Creati e incisi in California con lo sguardo chiaramente volto alle radio FM, sono dischi per vari aspetti molto simili. Entrambi contengono un tipico singolo da classifica: su “Wavelength” è la suadente title-track, fatta apposta per essere sentita in una decapottabile su una freeeway di Los Angeles; su “Into The Music” è invece la stracelebre “Bright Side Of The Street”, usata anche in diverse colonne sonore tra cui “Febbre a 90 gradi”, bella swingante e irradiante un incontenibile ottimismo (di per sé una rarità per il burbero Van). Sono eccezioni però, perché in generale siamo di fronte ad un soul-rock (a volte celtico) alquanto indistinto. Dei due album appare migliore “Wavelength”, in quanto “Into The Music” - fatta eccezione per l’incisiva, springsteeniana ante-litteram “Stepping Out Queen” - risulta più moscio ed è pieno di quei manierismi vocali morrisoniani (i dum-di-di-dum detestati dai suoi detrattori) che spesso sfociano (come in “And The Healing Has Begun”) in un'insopportabile pedanteria. “Wavelength” è un disco solare, dal sound brillante (con alcune sottolineature di synth) e con diversi brani che – seppur non trascendentali – fanno la loro figura: il calypso di “Venice USA”, il swing di “Checkin’ It Out” e l’heavy-soul di “Kingdom Hall” su tutti (oltre naturalmente alla title-track). Offre poi performance di alto livello lo strumento principe di Van, la sua voce rasposa sempre tesa a raggiungere note impossibili, capace di nobilitare anche momenti di songwriting poco ispirato come l’interminabile (7 minuti e 04) “Santa Fe / Beautiful Obsession”. In definitiva è un buon esempio di soul-rock, con l’avvertenza che si tratta di materiale per gente cresciuta e non certo per teenager tesi ad impressionare le coetanee; sono infatti da adulti i temi trattati, come anche le figure femminili tratteggiate da Morrison nelle varie love-songs sono manifestamente delle donne mature e non certo ragazzine alle prime armi. Presi insieme, “Wavelength” e “Into The Music” sono l’opera di un signor professionista, e rientrano sicuramente tra i migliori dischi dell’ultimo trentennio di Van Morrison, dato che Van, nel 1978/79, non aveva (già) più né la voglia né l’ispirazione per innovare come ai tempi di “Astral Weeks” o di “Moondance”. Vero: sono grigi e, tranne le eccezioni di cui si è detto, sono sfocati. Ma sono comunque molto utili per farsi un’idea della (non) evoluzione di uno dei massimi talenti musicali del Novecento.
Per tornare alla storiella iniziale: quando il mio amico compì trent’anni e celebrò l’evento con una grande festa, il mio regalo di compleanno naturalmente non potè che essere un CD contenente 80 minuti di “Van Morrison’s Greatest Hits”. Ricordando la sua promessa di due lustri prima si mise a ridere, ma poi facendosi improvvisamente pensoso mi disse: “Sai, però..? Credo sia ancora troppo presto. Van lo ricomincerò a sentire quando ne avrò 40, di anni…”
|