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Come primo passo mandiamo pure alla malora alcune parole definitorie scritte a riguardo degli Hot Chip: giovani nerd – che poi tanto giovani non sono né per aspetto né per esperienza rockettara – o anche occhialuti che suonano con atteggiamento stupito e uncool, che detto, però, di questi tempi è totalmente cool. Indicazioni pericolose, inchiostro sprecato. I furbi potrebbero pensare di affidare la classe di un album alla messa in forma di soli occhiali verdi. Ma siamo in ritardo: in Inghilterra, probabilmente, molti giovincelli hanno già attuato il piano. La salvezza è che gli Hot Chip anche denudati reinvestono sapendo suonare. Partendo da Leeds, Alexis Taylor, Joe Goddard, Al Doyle, Owen Clarke e Felix Martin hanno elaborato, sin dal primo album d’esordio Coming On Strong (Moshi Moshi, 2003) un’interpretazione personale di funky, electro e pop. Anche se ad ascoltarlo, quel primo album, neppure si direbbe appartenere agli stessi Hot Chip di The Warning (Dfa/Emi 2006). Ed ecco la genialità. Hanno inizio i ritornelli che alla compulsività-Dfa devono molto. Gli Hot Chip maciullano una sterminata cultura musicale, tutto ciò che il passato ha insegnato essere ballabile o elettronico gli appartiene, dalla minimal techno all'hip-pop passando per il garage e il soul. E lo dimostrano solennemente nella loro selection per il volume della serie DJ Kicks, fortunata saga della tedesca !K7. Superata la prova da djs non possono che crescere ulteriormente le attese per il terzo album. Made In The Dark (Astralwerks/ Dfa, 2008) continua a far leva su una base ossessiva di electro-pop, sintetizzatori e drum-machine per ritmi veloci e frenetici quanto basta. Rispetto a The Warning, ora una struttura compositiva maggiormente elaborata è stata raggiunta e diventa caratteristica definitiva della canzone Hot Chip, adesso più che mai assolutamente distinguibile. Ancora una volta lo splendido gioco funk di rimbalzo vocale tra Alexis Taylor e Joe Goddard stupisce e consegna degli assoluti capolavori. “Ready For The Floor” è il primo grande singolo apripista estratto dall’album, traccia che infatti non manca di una forte orecchiabilità. Ma è l’ennesima illusione firmata da grandi maestri. Non tutti i pezzi sono decisamente ready for the floor. Anche questo terzo album continua ad offrire differenti soluzioni di ascolto: si balla, si canta, si tace in silenzio. Come nel caso di “Whistle For Will” e “In The Privacy Of Our Love” ballate da luci soffuse, melodie placide su fondali sempre ronzanti. Quando gli Hot Chip ripongono le drum machine emergono pezzi malinconici, lenti e sapientemente costruiti. Sommo esempio è anche “Made In The Dark”. Altre canzoni, altri percorsi. Ecco allora che fortemente estranianti suonano le chitarre in “One Pure Thought”; “Out At The Pictures” ipnotizza raggiungendo un suono decisamente martellante sul finale; “Shake A Fist” e “Hold On” spettacolari e sicuri prossimi tormentoni. In “Touch Too Much” cardine della canzone è un dream-pop elettronico semplice, assolutamente melodico e reso familiare da molteplici suoni di sottofondo. Dream-pop che si accompagna, anche, ai ritmi più marcatamente R&B di “Wrestlers”. E’ da fini rimescolanze e conoscenze sonore che emergono le dinamiche Hot Chip. Un sound che dal vivo è realizzato senza l’ausilio di computer e sequencer, e che, tuttavia, si re-inventa e continua la trasformazione smuovendo i muscoli, come quando nel live di “No Fit State” incrocia sul finale i New Order di “Temptation”: sublime performance. Geniali, da sempre. La sensazione è che gli Hot Chip, a differenza dei nerd americani degli anni ottanta, dal buio delle loro camerette giocando con i computer e l’elettronica, una sorta di rivoluzione l’abbiano davvero lanciata. Forse è stata ed è, tuttora, un po’ troppo Made In The Dark, e a casa propria scorge pochi titoloni e riflettori accesi, quelli, per intenderci, eccessivamente sprecati a favore delle molteplici ventate estetico-estremiste post-Klaxons. Che la city si stia facendo sfuggire i bravi? Forse. E che il loro Made In The Dark sia allora, per tutti, una formidabile lectio magistralis.
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