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“Jukebox” è quello che è: un album di cover (il secondo dopo “The Covers Record” del 2000) e in quanto tale un episodio di transizione nel percorso che porterà la cantautrice della Georgia da quel capolavoro southern-fried che si chiamava “The Greatest” (2006) a chissà quale altro futuro apice di carriera. Ma forse era necessario, per Chan Marshall alias Cat Power, togliersi per un po’ il cappello da compositrice per dedicarsi (quasi) esclusivamente a canzoni di altri. Non far passare troppo tempo tra un disco e l’altro. Sfruttare quello che, risolti alcuni problemi personali di dipendenza da alcool e pastiglie, è indubbiamente un momento di grazia. Tornare alle origini. Esprimere riconoscenza verso i propri mentori, Sua Maestà Bob Dylan su tutti. Accompagnata dai membri della Dirty Delta Blues Band, la stessa dell’ultimo tour che ha lambito anche l’Italia, Chan è qui alle prese con un sound meno soul e sofisticato che su “The Greatest”, più rock ed essenziale. Al resto poi ci pensa la sua voce, lievemente roca, vissuta e inconfondibile come sempre. Una vocalità che su “Jukebox” funziona ottimamente nei momenti più roots, come “Lord Help The Poor And Needy” della blues woman Jessie Mae Hemphill e il rocker stonesiano “I Believe In You” della stella polare di sempre Bob Dylan. “Lord Help The Poor And Needy” è un blues spoglio, minimale alla Nick Cave e intensissimo, dove le invocazioni quasi sussurrate di Cat Power sono sorrette unicamente da una bellissima, insistita linea di basso. E altresì eccelsa è l’interpretazione di “I Believe In You” del Dylan della svolta cristiana di “Slow Train Coming”, che se la batte e forse supera l’originale, sorretto da un riff alla Keith Richards e con Cat Power che esibisce la medesima energia e convinzione già mostrata nella superlativa cover di “Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again” realizzata qualche mese fa in occasione della colonna sonora del film dylaniano “I’m Not There”. Non funzionano affatto invece le cover “soul”: “Lost Someone” di James Brown probabilmente ha di per sé un flavor troppo anni ’50 perché Cat Power riesca a farla “propria” e a riportarla nel XXI secolo; mentre “Aretha Sing One For Me” di George Johnson, intesa come omaggio sia ad Aretha Franklin che al Memphis-sound della Stax e della Hi resta al livello di mera, pallida imitazione. E Cat Power perde nettamente – non poteva essere altrimenti – il confronto con due delle massime vocalist del secolo scorso quali Janis Joplin (“A Woman Left Lonely”) e Billie Holiday (“Don’t Explain”) delle quali non riesce neanche solo ad approcciare il livello di intensità. Più a suo agio appare, la “gatta”, con il country (le versioni di “Rambling Woman” da Hank Williams e di “Silver Stallion” degli Highwaymen sono quanto di più “sexy” ci sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi) e, soprattutto, con ballate di impronta jazzata come il tema da “New York New York” e “Blue”, dovuto omaggio (se Dylan è un po’ il “padre” di Chan) a “mamma” Joni Mitchell. Presenti anche due brani originali di Cat Power: “Metal Heart”, già apparsa su “Moon Pix” del 1998, che qui risulta magnificata da un arrangiamento e da un’interpretazione alla “The Greatest”, e l’unico inedito: “Song To Bobby”, dedicata a un certo Bobby Zimmerman in arte Dylan, dal testo piuttosto insulso da fan infatuata e musicalmente una banale scopiazzatura del primo periodo folk dylaniano “Freewheelin’”. In definitiva, a parte i due episodi stellari di cui si è detto, “Jukebox” si rivela al di sotto delle attese. Ma offre delle utili indicazioni, che sperabilmente la “gatta” saprà recepire in un suo prossimo album di brani originali: “dirty” e “blues” sono le parole chiave, in fondo già insite nel nome dato da Cat Power alla sua tour band...
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