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Simone Lo Porto
La Valle Dell'Utopia
2007
La Matricula
di Mauro D'Alonzo
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Benché al disco d’esordio, Simone Lo Porto è tutt’altro che uno sprovveduto. Da diversi anni gravita nel mondo dello spettacolo e qualche medaglia se l’è già appuntata sul petto. Milanese, ma di origini siciliane, l’incipit artistico di Simone coincide con i progetti Solidamor (insieme ad Andrea Ricci e Luigi Pecere) e soprattutto La Matricula Italiana, che lo ha portato a vagabondare fino in terra iberica. In Italia ha curato la colonna sonora di diversi documentari e il suo nome è rimbalzato fino a New York grazie alla vittoria al concorso “In The Name Of Salt”, promosso da Bettina Werner e Lifegate Radio. Da uno spirito così dinamico ci si aspetterebbe una filosofia musicale altrettanto frizzante, spigliata e votata alla contaminazione. L’ascolto de “La Valle Dell’Utopia” si inscrive esattamente in questa cornice. Già il profluvio di strumenti dà un’idea del carattere poliedrico del disco: non solo chitarre, batteria e basso elettrico, ma anche kazoo e armonica (suonati dallo stesso Simone) nonché fisarmonica, flauto traverso, corno inglese e congas (e la lista non finisce qui). Le liriche, poi, si destreggiano tra tematiche che accarezzano l’impegno sociale con la stessa convinzione con cui riflettono sul mestiere dell’artista. “La Valle Dell’Utopia” può idealmente essere diviso in due. Nella prima parte si percepisce il forte legame che lega Simone Lo Porto alla tradizione cantautorale italiana, dalla magia di “Fiume In Salita” (che non a caso gli è valso il premio americano) a “Niente Cambierà”, che ricorda lo spaesamento raccontato con serafica rassegnazione da Daniele Silvestri ne “L’Uomo Col Megafono”. Dai delicati affreschi melodici, che qua e là rimandano pure al torpore folk dei Kings Of Convenience, nella seconda metà del disco i ritmi si fanno più fantasiosi ed un certo gusto esotico prende il sopravvento. Qui la vena di Simone si appanna un po’, persa tra il repertorio di Edoardo Bennato (“La Pelle Di Un Pollo Onesto”), l’influenza del Yann Tiersen de “Le Fabuleux destin d'Amélie Poulain” (“Cartulen De Paris”) e suggestioni che mescolano gitano e lounge (l’omonimo strumentale di chiusura). Quella di Simone Lo Porto è nel complesso un’opera prima ben fatta che, in virtù del pregevole lavoro in sede di produzione da parte di Gianluca Mancini, non denota sbavature o passaggi a vuoto. “La Valle Dell’Utopia” è un armonico puzzle sonoro nel quale anche quelle che appaiono come delle sovrastrutture (la tromba di Stefano Iascone in “Palme Finte E Acquari Tropicali” e l’accompagnamento vocale di Veronica Marchi in “Profondo Più Blu”) non passano mai il segno. Il vizio di farsi prendere la mano dal tropicalismo è purtroppo un vizio molto diffuso tra le giovani leve, ma se tutti gli esordi fossero al livello de “La Valle Dell’Utopia” le acque nelle quali naviga il sound italiano risulterebbero meno stagnanti di quanto ahinoi attualmente, salvo poche eccezioni, risultano.
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16/01/2008 -
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