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Pubblicato in origine nel marzo 1987, “The Joshua Tree” è quasi unanimemente considerato (non solo) il disco seminale degli U2 (ma anche) uno degli album più importanti dell’intera storia del rock. E io non ho mai capito perché.
Nel mio mondo esiste una netta suddivisione tra buoni e cattivi, ove i primi son quelli che cercano di innovare e di forgiare sonorità inedite e stimolanti. Mentre ai secondi tutto ciò nulla importa; basta loro abbeverarsi alle fonti del cosiddetto “glorioso” passato. Riprendere. Smussare. Riproporre. E se del caso copiare tout court. Bene: se la prima metà degli anni ’80 fu dominata dalla ricerca del nuovo e del mai sentito (la gloriosa new wave con le sue mille diramazioni, ricordate?), nella seconda parte del decennio si impose una temibile falange di retroguardisti, la cui prima linea comprendeva il cosiddetto “boss” Bruce Springsteen e – naturalmente – gli irlandesi U2. E’ per colpa loro che ad un tratto la musica divenne sincera, sudata, schietta, romantica, seria, compunta, (spesso) pomposa; e infinitamente meno avvincente. Per quanto mi riguarda, credo di avere la coscienza a posto. Io contro gli U2 ho sempre condotto una piccola battaglia privata con le scarse armi a mia disposizione: ne ho parlato male ad ogni possibile pubblica occasione, ho passato i loro brani per radio solo per dileggiarli, ne ho scritto peste e corna. Poi, inaspettatamente, c’è stato un breve periodo all’inizio degli anni ’90 (epoca “Achtung Baby” (1991) in cui io e gli U2 ci siamo rappacificati. E sono “quasi” diventato un fan della loro svolta berlinese/elettronica. Un idillio assai breve, però, finito appena Bono & C. hanno tirato fuori quell’inascoltabile pastrocchio chiamato “Pop” (1997).
Ma bando ad antipatie ormai stantie dopo un quarto di secolo: ora che la guerra è finita (e che naturalmente è stata stravinta dagli U2), e che la Island celebra i 25 anni del “capolavoro” “The Joshua Tree” ripubblicandolo in triplice versione (singola, doppia con b-sides e inediti e tripla con DVD), ho pensato che forse è l’occasione buona per mettersi alle spalle le antiche avversioni, inserire il dischetto rimasterizzato nel lettore e dare finalmente un giudizio pacato e sereno dell’album che portò la band di Dublino nientemeno che sulla copertina di “Time”.
La prima cosa che balza agli occhi è che “Where The Streets Have No Name”, “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” e “With Or Without You”, ovvero i tre mega-hits del disco, sono collocati uno dopo l’altro in apertura, in successione e in spregio di qualsiasi strategia di scaletta. Si tratta, fra parentesi, di 3 dei 6 brani degli U2 che conoscono a memoria anche i sassi – essendo gli altri “Sunday Bloody Sunday” da “War”, “Pride (In The Name Of Love)” da “The Unforgettable Fire” e “One” da “Achtung Baby” - e sono innegabilmente di grande impatto, suonati e prodotti con cura estrema dagli U2 e dal duo Brian Eno / Daniel Lanois. Il problema è che – come sovente accade per certi iperinflazionati brani dei Beatles e degli Stones, è difficilissimo ascoltarli oggi con orecchie incontaminate. (Purtroppo) sono 25 anni che vengono passati in continuazione nelle radio, nei negozi e nelle discoteche. E pur non volendolo fanno ormai parte di tutti noi, li abbiamo ahimè metabolizzati. Sono però tutt’ora fondamentali per capire il fenomeno U2, perché contengono – in sintesi - l’essenza stessa del gruppo. In questa storica triade c’è tutta la furbizia di Bono, che con diabolico tempismo tralascia i suoi magniloquenti commenti sulla questione irlandese e più prosaicamente si rivolge a un pubblico di ragazzine (non a caso le maggiori acquirenti di dischi, allora come oggi), declamando frasi a effetto da scrivere sui diari scolastici, del livello di: “and you give yourself away” e “non ho ancora trovato quello che sto cercando” e ancora: “ho scalato le più alte montagne, ho corso attraverso i campi, solo per stare con te...” Very romantic. E anche extremely terra-terra. A onor del vero, tralasciando il neo-gospel di “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”, che continuo a ritenere una bella lagna, e non dando peso ai testi banalotti, “Where The Streets Have No Name” e “With Or Without You” possiedono vari pregi. La prima, in particolare, ha una bella atmosferica intro in cui arrivano, uno dopo l’altro, la chitarra scampanellante di The Edge, il bel basso portante di Adam Clayton e l’incredibile (tondissima) batteria di Larry Mullen dal suono oggi inconfondibile il cui copyright risale indubbiamente a Eno e Lanois. Poi, come da lontano, come di corsa, arriva anche la voce di Bono che intona le immortali prime strofe “…I wanna run / I wanna hide…”. Pregevole poi la svolta melodica nel momento in cui canta “…I want to reach out…and touch the flame…”, espressione che riflette le intime motivazioni di Bono (e degli U2) come poche altre. Comunque la si pensi sugli U2, “Where The Streets Have No Name” è un gran bel pezzo pop, come certificato anche dalla cover (seppur “ironica”) fattane nel 1990 dai Pet Shop Boys, dance-duo cinico e post-moderno con una filosofia agli antipodi di quella della band di Dublino. E “With Or Without You”, sonicamente, è allo stesso livello, solo un gradino meno convincente sul piano della melodia e per via di quella sua coda finale insistita – che oggi non si sopporta più – “…and you give yourself away…”, una frasetta degna del peggior Antonello Venditti. Va però rimarcato come il classico “U2 sound” di cui oggi tutti cianciamo – e magari stronchiamo per quel suo congenito eccesso di populismo – un tempo non esisteva; nasce con “War” (1983), si perfeziona con “The Unforgettable Fire” (1984) e arriva a compimento con i tre suddetti pezzoni d’apertura di “The Joshua Tree”. Da lì in poi, per gli U2 – a parte le deviazioni “electro” dei primi ’90 – è stata tutta una carriera in discesa. E’ bastato riproporre infinite variazioni del modello di partenza.
Aldilà del terzetto di cui sopra, ci si aspetterebbe che anche le restanti tracks di “uno dei migliori album di tutti i tempi” – secondo parecchi individui anche di elevato peso specifico intellettuale – siano memorabili, o che quantomeno tengano botta. Ma non è così. La quarta traccia “Bullet The Blue Sky” - con un testo dal tenore pacifista in cui Bono “…can see those fighter planes…” - è quanto di più retrò si potesse sentire nel 1987 (e ancor più oggi), dominato dalla polverosa chitarra hendrixiana di The Edge e con Bono che a un certo punto arriva a recitare versi in stile Jim Morrison - come sua abitudine con un livello di autoironia pari a zero. Peraltro il brano è davvero mediocre, forse il nadir del disco. Per quale motivo gli U2 continuino a riproporlo nelle scalette dei loro concerti è (per me) un mistero. “In God’s Country” e “Red Hill Mining Town” invece fanno solo arrabbiare, essendo due palesi plagi “populisti” degli Echo & The Bunnymen del periodo di “Ocean Rain” (1984). Come spesso hanno fatto nel corso della loro carriera, gli U2 copiano, volgarizzano e vendono milioni di copie usando modelli preesistenti che erano già di per sé impeccabili. Posso immaginare quanto ne siano stati lieti Ian McCullough e i suoi Bunnymen (verso cui peraltro gli U2 non hanno mai espresso riconoscenza come fatto per esempio nei confronti dei compatrioti Skids)... Di rara pesantezza poi, la “politica” “Mothers Of The Disappeared”, funerea cantilena che punta tutto sul testo rivolto alle madri dei dissidenti che scomparvero nel nulla durante la dittatura in Argentina. Alla fine degli anni ’80, dopo circa un decennio di astensione delle più importanti rockstars dal commentare su fatti e situazioni specifiche (“Hurricane” di Bob Dylan è del 1976) fece una certa impressione che gente come Peter Gabriel, Sting e gli stessi U2 scrivessero dei testi impegnati e si dedicassero attivamente a sostenere varie “cause”, come la liberazione di Mandela, le campagne di Amnesty International e la stessa questione dei desaparecidos. Probabile perciò che l’inconsistenza di “Mothers Of The Disappeared” sia stata perdonata per via del nobile intento. Oggi però chiudere un occhio non ha più senso: pollice verso, quindi, senza pietà. Di scarso interesse anche “Exit”, brano di sapore ambient che risente dell’influenza di Brian Eno, ma in realtà è solo un abbozzo di canzone che non sfocia da nessuna parte; e il dolente irish-folk di “Running To Stand Still” che - gli va riconosciuto - Bono canta con rimarchevole intensità. Mentre “Trip Through The Wires” è un simpatico e scanzonato brano folk-blues da danza intorno al fuoco: il pezzo più “americano” di un album che – nelle intenzioni, ma poi nei fatti non risulta più di tanto – avrebbe dovuto vedere gli U2 alle prese con le “radici” del rock, una sorta di primo approccio che si tradusse un anno più tardi nel fallimentare, esplicito omaggio ai “padri” di “Rattle & Hum”. Gradevole, “Trip Through The Wires”, ma nell’economia dell’irlandesissimo “Joshua” è null’altro che un divertissement.
Quindi a reggere il confronto con il famigerato terzetto resta solo una traccia, “One Tree Hill”, che è un po’ una versione “migliore” e meno radio-friendly di “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”: un bel gospel-soul dal gusto epico (ehi, si tratta pur sempre degli U2!) che per di più rimpiazza lo stolto ritornello del celebre singolo con un fiero e più accettabile “…we run like a river runs to the sea…” ripetuto un’infinità di volte, quasi alla Al Green.
Una pietra miliare? Con tutta la buona volontà, e nonostante i 20 e passa milioni di copie che ha venduto in tutto il mondo, continuo a dissentire. E in più “The Joshua Tree” porta su di sé la colpa di aver monopolizzato per un lungo periodo l’attenzione dei media, sottraendo spazio a opere contemporanee come “Sister” dei Sonic Youth, “Darklands” dei Jesus & Mary Chain, “Paid In Full” di Eric B & Rakim e “Yo! Bum Rush The Show” dei Public Enemy, solo per citarne quattro che erano veramente essenziali. Poi oggi vengo a sapere che nel recensire questa nuova ristampa, Pitchfork le elargisce un munifico 8,9/10, e Mojo ci si gioca addirittura le sue (rarissime) cinque stelle. E Rolling Stone... va be’, non parliamone neanche. Altro che finita... La guerra continua.
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