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Per la cronaca, questo genere gli inglesi lo chiamano “dubstep”, ovvero una sorta di versione “dub” di quel noto dance-style detto “2step”. Ma sono – come al solito – definizioni che lasciano il tempo che trovano, strategie che valgono a dar credito all’esistenza di una “scena” e a rifilare ai grulli di turno la solita inessenziale compilation da autogrill dal titolo (mettiamo...) “The Very Best Of The Dubstep Era Vol. IX”... Qui, ai nostri fini, conta solo che Burial - questo dj/produttore londinese che non rilascia interviste e non si fa fotografare, concedendo di sé unicamente scatti sfocati dove fa venire alla mente il Tristo Mietitore piuttosto che un artista pop – che Mister Sepoltura, dicevo, abbia realizzato, in questo suo secondo disco dopo l’eponimo primo del 2006, una delle più interessanti escursioni electro della stagione che si è appena conclusa. Un album che – per quanto siano dissimili i punti di partenza – può essere agevolmente accostato al desolato e spettrale scenario post-apocalittico disegnato a inizio anno dai Good The Bad & The Queen di Damon Albarn. In questo senso, i brani di “Untrue” sono ciò che rimane da suonare dopo che anche la discoteca è stata bombardata. Tra schegge di metallo, scheletri umani e avvoltoi, si odono qua e là tracce di sincopate ritmiche 2step, ma tra i sopravvissuti della nostra fantomatica ghost town c’è – perlopiù - scarsa residua voglia di ballare; prevale un senso di smarrimento caratterizzato da voci (spesso distorte e frammentarie, talora evocative) che paiono provenire da un passato più felice, e da una tetra atmosfera elettronica di segno ambient che a scanso d'equivoci è bene definire fin da subito dark. In breve: acciuffate congiuntamente i Cocteau Twins e i Dead Can Dance e sottoponeteli a una massiccia dieta techno. Ne scaturirà un pericoloso aggressivo mutante che dovrete sottoporre ad una settimana di intensi bombardamenti nucleari; la risultante altro non potranno essere che le tredici tracce di “Untrue” di Burial. “Electro-goth”, quindi, ma aldilà delle etichette (e di quel “dubstep” che proprio non mi va giù), trattasi di un’opera altamente suggestiva in cui non mancano melodie – alcune delle quali frammentarie, appena accennate – talora irresistibili. Naturalmente, con prodotti di questo tipo, basati sui cosiddetti “electronic textures”, il pericolo che si vada a sfociare nella musica da tappezzeria è sempre dietro l’angolo. Poi, però, quando un pizzico di noia inizia a fare capolino, arrivano due pezzi da novanta come la title-track “Untrue” e la conclusiva “Raver”; la ritmica torna a farsi insistente, e la voce (o quel che passa per tale, filtrata e distorta com’è) abbozza motivi pop che non sarebbero fuori luogo in una (qualsiasi) Top 10. Decadente, ardimentoso, innovativo e anche un po’ folle: Mister Sepoltura è, in fondo, quello che la musica dovrebbe essere – e troppo spesso non è – in questo crepuscolo del primo decennio del XXI secolo.
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