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Turin Brakes
Ether Song
2003
Source/Virgin
di Claudio Biffi
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Come per il secondo disco dei Coldplay la sensazione che questo nuovo lavoro dei Turin Brakes sia proprio quello che ci si aspettava traspare sin dalle prime note di “Blue Hour”, brano di apertura dalla vena romantica e nostalgica. Il precedente “The Optimistic” è stato uno dei miei dischi preferiti nel genere, forse perché rifletteva anche il mio stato d’animo del momento ma la capacità che ha questa band di andare nel profondo dell’animo con le melodie prorompenti delle chitarre acustiche ha pochi esempi nel panorama musicale delle indie band anche se “Ether Song” segna un passaggio più ad un genere pop sul genere di gruppi come i Flaming Lips o dei Gomez, acidamente definito “slo-fi” New Acoustic Movement da alcuni critici della stampa specializzata. Sono certamente i due singoli “Long Distance” e “Pain Killer” che colpiscono l’orecchio dei più sensibili al rock melodico ma l’intero disco è un viaggio attraverso le emozioni che evocano in alcuni momenti le liriche di Beck come in “Stone Thrown” e le sonorità introspettive di Thom Yorke dei Radiohead in “Clear Blue Air”. Il lavoro svolto a Los Angeles dal produttore Tony Hoffer (già con Beck, Air e Supergrass) è stato di associare una ricca strumentazione di supporto alle chitarre acustiche e di amalgamarne la voce nasale di Olly Knight, unica nel suo genere ma pericolosamente in bilico tra l’assuefazione dell’ascoltatore e il rifiuto categorico per manifesto fastidio. “Ether song” è un disco di classe tutt’altro che scontato come sembrerebbe al primo ascolto ma presenta continue sorprese nello scivolare dei minuti, le liriche sono intime e piene di lucente sofferenza, ma nondimeno magiche come nel brano “Full of Stars” dove un pianoforte di sottofondo accompagna un profondo coro vocale o in “Panick Attack” che rievoca le melodie della famosa “Wish You Were Here” dei Pink Floyd o in “Little Brother” in cui si ritrovano addirittura delle sonorità vicine al progressive con l’ausilio del tipico “wo-wo-wo” sound. Il concetto di fondo di questo loro secondo lavoro è sintetizzato in “Average Man” dove il duo canta “Have another drink my son, enjoy another sigarette, because it’s time you realize you’re just an average man”, concetto chiaro e diretto, da non mancare inoltre la hidden track 7 minuti e 48 dopo “Rain City”, forse il momento più sofferto e intimo di tutto il disco.
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24/03/2003 -
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