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All’inizio c’è un “one, two, three” ai limiti del sospiro. Poi, una voce che continua così, sommessa, soffusa e imperturbabile come la luce di una candela, accompagnata in sottofondo da impercettibili architetture acustiche, scarne, minimali, ridotte ad un’essenzialità che sfiora, accarezza il silenzio. Come se quest’ultimo fosse una persona cara che sta dormendo e non si vuole svegliare, ma cullare nel suo incantevole sonno. Un sonno impensabile per chi non molto tempo fa (era il 1999) pubblicò un album – bellissimo – dal titolo e dai contenuti (tematici e sonori) quanto mai insonni: I See A Darkness. L’oscurità naturalmente non si è dissolta, ma Will Oldham, nelle vesti barbute del suo alter ego, Bonnie “Prince” Billy, dopo le tonificanti cavalcate country di Ease Down The Road, con il suo ultimo album, Master and Everyone, sembra aver trovato uno spazio compositivo e sonoro in cui alle inquietudini passate viene contrapposto un atteggiamento remissivo, dimesso, ma non per questo meno resistente ed efficace. Master and Everyone è in questo senso una sorta di manifesto pacifista contro il lato oscuro della vita, scritto sugli accordi lievi e meditativi di country cristallizzato che tuttavia riesce a trasmettere un calore tenue e profondo. A tutto ciò, senz’altro, contribuiscono in modo significativo e pregevole due Lambchop (Mark Nevers alla produzione e Tony Crow al piano) e le coriste country guidate da Mary Slayton, figura di spicco della musica tradizionale americana. Presenza quest’ultima che non va fraintesa. Perché se è vero che in Bonnie “Prince” Billy la forma cantautorale si attesta su posizioni classiche, neotradizionaliste, è altrettanto vero che dietro questo lavorio che scruta e scava tra le radici si nasconde, proprio come Will Oldham dietro una barba d’altri tempi sulla copertina, la figura di un songwriter modernissimo, futuribile che tende all’invisibilità, all’insignificanza.
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