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Forse qualcuno si ricorderà che al tempo del suo arrivo sulle scene – e quindi circa tre anni fa – ci domandammo, senza trovare risposta, se il menestrello venezuelan-statunitense Devendra Banhart ci fosse per davvero (un jolly, un joker naif e del tutto fuori dal mondo) o piuttosto ci facesse. Oggi, alla luce di una migliore conoscenza del personaggio e in particolare degli ultimi due album - il presente incluso - siamo in grado di sentenziare pubblicamente che Banhart è molto più smaliziato e consapevole (e più “umano”) di quanto voglia/volesse farci credere. Insomma, altroché se il ragazzo ci fa... Inoltre – ma l’avevamo sospettato anche all’inizio, quando citava tra le sue ispirazioni nomi cult come Vashti Bunyan e Linda Perhacs, nonché il Marc Bolan pre-“Electric Warrior” - Banhart possiede una straordinaria padronanza della storia del rock e del folk. Quando due anni fa realizzò “Cripple Crow” inciso a Woodstock con una folta pattuglia di amici/colleghi, dovette essere ben cosciente del senso “dylaniano” dell’intera operazione trattandosi del suo primo album elettrificato con band dopo tre dischi solitari e acustici, creato nei luoghi sacri dei mitici “Basement Tapes” e con filosofia similare. Il solco nel quale Banhart intendeva muoversi apparve chiaro a tutti; la mossa fu però troppo voluta, troppo pensata, cosicché il grande difetto di “Cripple Crow” – pur non scevro da momenti di brillantezza – fu proprio una certa qual mancanza di spontaneità: paradosso di un artista che fino a quel momento aveva fatto dell’improvvisazione (talora sfociante in un’inebriante anarchia) e dell’infrangimento delle regole le proprie carte vincenti. Anche per il nuovo “Smokey Rolls Down Thunder Canyon”, Devendra ha fatto ricorso al suo database mentale di storia del rock al fine di trovare la miglior ispirazione. Il risultato è che Dylan, Woodstock e i 60s escono dall’equazione, per far posto a Neil Young, a J.D. Souther e, in generale, al carezzevole sound californiano cosiddetto “dei canyon” degli anni settanta (e naturalmente, per meglio entrare nella parte, Banhart e carovana di famigli si sono trasferiti in una villa proprio al Laurel Canyon sopra alle colline di Los Angeles...) Se le modalità sono quasi le stesse di “Cripple Crow”, il risultato è però più convincente, perché per qualche motivo Banhart sembra ritrovare quella naturalezza e quelle informalità da “spirito libero” che lo hanno reso un artista così peculiare della scena indipendente. E in più, rispetto al Devendra che conoscevamo, mette in mostra (anzi, in musica) una parte di sé che ci aveva sempre tenuta nascosta a favore dello spiritello bizzarro e birichino che – lo scopriamo solo ora – altro non era che una similcorazza. Ma di questo parleremo dopo. Concentriamoci ora su “Smokey...”, disco estremamente lungo - a tratti anche troppo (i consueti, per Banhart, 70 e passa minuti) - e di lenta assimilazione. Disco che inizia con un paio di minimali ballate “classiche” alla Banhart, la cantata in spagnolo “Cristobal” e “So Long Old Bean”. Belle, non c’è che dire, e atmosferiche e idiosincratiche, in particolare la seconda molto “bolaniana” che potrebbe essere tratta dalle sessions per “Rejoicing...” e “Nino Rojo”. Proprio quando si comincia a pensare che forse Banhart è tornato alle origini, arriva il gentile ritmo brasileiro di “Samba Vexillografica” a rendere ben chiaro che invece indietro non si va, e che Devendra è intenzionato a perseguire le sue tentazioni da vero eclettico come e più che in “Cripple Crow”. Da qui in poi, nel corso di “Smokey...”, è un susseguirsi di rimandi e di suggestioni. Più o meno riuscite. Nella prima categoria ricadono il soul bianco alla Dexys Midnight Runners di “Saved”, l’indie-rock sbilenco di “Tomada Yanomaminista”, l’evocativo sea-shanty “Seaside” e lo slow-reggae di “The Other Woman”. Nella seconda il nonsense doo-wop alla Dion & The Belmonts di “Shabop Shalom”, il forzato funk di “Lover” e il guazzabuglio ispanico alla Manu Chao “Carmensita”. Ma va comunque sottolineato che su tutto il disco, e quindi anche in quegli episodi che un buon “editor” avrebbe scartato e relegato a lato B di un singolo, la band - o meglio il collettivo di amici e conoscenti comprendenti nomi quali Noah Georgeson, Andy Cabic, Joanna Newsom, la stessa Vashti Bunyan e innumerevoli altri - suona sempre con grande feeling e cristallina classe, aggiungendo alle composizioni di Devendra quell’impalpabile atmosfera da canyon losangelino che senza dubbio era negli obiettivi iniziali. E poi c’è “Sea Horse”, il pezzo di maggior spicco della raccolta, quello per cui probabilmente negli anni a venire “Smokey...” sarà ricordato (come in: “quell’album che conteneva “Sea Horse”…”). Si tratta di un brano particolare, composto com’è da tre distinti movimenti: un inizio acustico tipicamente banhartiano, una parte centrale jazzata (dove Devendra ripete à la Jonathan Richman “I wanna be a little seahorse”) e una rude conclusione elettrica dove Banhart si tramuta sorprendentemente in un vibrante rocker tipo Jim Morrison nel periodo di “L.A. Woman”. Bello ed efficace, e, soprattutto, completamente spiazzante nei confronti dell’ascoltatore, cosa che non guasta mai; “Sea Horse” è, in definitiva, il punto più alto fin qui toccato dalla attuale – chiamiamola così – “fase eclettica” di Devendra Banhart. Ma c’è di più. Perché, come si diceva all’inizio, si scopre che Devendra non è solo uno stralunato folletto hippie ma un essere umano come tutti noi, capace di innamorarsi e – quando capita – di essere scaricato dalla persona amata. Con il cuore spezzato dalla (ex)girlfriend Bianca Cassidy delle CocoRosie, Banhart ci mostra un altro lato di sé, con tre brani essenzialmente per piano e voce (e talora archi ad impreziosire il tutto) toccanti e intimisti come non mai: la lieve, melodiosa “Freely” e le autunnali, fragili “I Remember” e “My Dearest Friend”. Questi tre brani, presi nel complesso, sono forse la rappresentazione più onesta e veritiera che Devendra Banhart ci abbia mai dato di sé stesso. Dell’artista e dell’uomo, che con un’esperienza sentimentale sfortunata alle spalle è oggi più maturo, e – chissà - forse pronto per intraprendere una nuova fase di carriera, con canzoni diverse dalle precedenti, meno giocose ma possibilmente più ispirate e intense.
Non ancora il capolavoro a sigillo imperituro che riteniamo Banhart in grado di realizzare, “Smokey Rolls Down Thunder Canyon”, ma una inesorabile, assai godibile tappa d’avvicinamento. Comunque sia, meglio di “Cripple Crow”.
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