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Rilo Kiley, ovvero, alla ricerca del pop perduto. Alla sua quarta uscita discografica, dopo il buon successo di critica e di pubblico del disco del 2004, "More Adventurous", e dopo i progetti solistici degli ultimi anni per la vocalista Jenny Lewis e per il sodalizio The Elected, del chitarrista Blake Sennet e del batterista Jason Boesel, la band di stanza a Los Angeles prova a sterzare la sua rotta con una accelerata decisa verso territori fin qui soltanto sfiorati. E’ indubbio già ad ascoltare Moneymaker, il primo singolo estratto da "Under The Blacklight", in rotation radio e MTV, che la grana folk condita di elementi rock dei dischi precedenti stavolta abbia lasciato il posto per gran parte delle tracce ad un easy pop, più radiofonico e più immediato. L’apertura con "Silver Lining" la dice lunga, sonorità pulite e produzione piuttosto ricca, un riff di chitarra raddoppiato poi da un synth molto eighties, hand clapping costante e cori di sottofondo. Il tema si ripete su tonalità minore per la successiva "Close Call" e prova a graffiare con decisione più sexy su "Moneymaker". Il pezzo che fa evidentemente il verso non senza malizia ad una “porn real life” (vedere a questo proposito anche il video relativo), svela qualche carta in più dei Rilo, con la sensuale voce di Jenny Lewis a suo agio sui vocalizzi del tema, e con un riff di chitarra incisivo e suggestivo, salvo virare su un rockettone un po’ banalotto sui bridge. La produzione si fa pregna di citazioni sulle note e le liriche di "Breaking Up": una ritmica da disco anni ’70, un organo elettronico a dettare trame improvvise, e una linea vocale che con tanto di controcanto soul fa davvero il verso agli anni della Saturday Night Fever. Un po’ quello che succede, pur con altri riferimenti, con "Dreamworld", che col suo cantato sommesso (questa volta del chitarrista Blake Sennet) ricorda molto da vicino i Fleetwood Mac. Se la title track propone un ponte a metà tra certe atmosfere rock e pop già in passato repertorio della band, la produzione dell’album rivela il suo lato “altro” arrivando ai pezzi che danno il fianco alla natura più folk/rock dei Rilo. La divertente "Smoke Detector", la westeggiante "The Angels Hung Around", fino al nostro pezzo preferito, ovvero quella "15", che tra fiati campionati, la voce della Lewis rotonda il tanto giusto e una ritmica a metà tra soul e pop, ci trascina verso un chorus semplicemente bello, con echi folk /indian/ pop, di gran tenuta. Peccato che il pezzo duri meno di tutti appena due minuti e cinquanta. A spiare più attentamente le liriche pare evidente che non siamo dalle parti di una Neko Case, ma il tono e le trame musicali sembrano esigere e cercare un’altra comunicativa che i nostri dimostrano in ogni caso di avere. Tra “break up” più o meno improvvisi, marciapiedi illuminati al centro e boulevard, “mondi sognanti” e ingenui quindicenni, siamo decisamente in una Los Angeles che non nasconde e non illude neppure sotto una taciturna “blacklight”. Significative in questo senso le immagini di "The Angels Hung Around": “I been clubbed and I been snubbed by the dogs of LA”, o ancora “you were stuck in the badlands acting like a bad bad man”, con una L.A. notturna, tempestata da angeli appesi tutto intorno. A volerci vedere un quadro più significativo degli altri, forse sceglieremmo la traccia finale, "Give A Little Love", che tra drumming quasi elettronico, handclapping, tastiere in tono anni ’80, archi appena accennati nelle retrovie molto anni settanta, e un tema melodico ossessionatamente malinconico ci lascia soli in mezzo all’ultima boulevard “Tu hai avuto i tuoi soldi / io avrò i miei amici (…)” , come un ultimo sogno pop, “Ti tengo stretto nei miei sogni più audaci / nel mio specchietto retrovisore / e tu mi stai salutando con la mano /Il nostro ultimo addio”. Ma il finale si può sempre riscrivere, anche sotto una “black light”, “you gotta give a little love”.
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