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Refrattari come siamo alle nostalgie e ai revival, è singolare che l’universo sonoro della Nostra Nuova Band Preferita – che naturalmente non sono quei rigidoni nordici degli Hives – graviti quasi unicamente intorno a quella pietra angolare del garage-punk che è il doppio LP chiamato “Nuggets”: cose superbe, certo, ma ormai quasi preistoriche, risalendo la loro datazione ad un arco temporale che parte nel 1964 e si conclude nel 1968. Insomma: ideologicamente non ci siamo proprio, ma per gli spettacolari Black Lips ci giochiamo – per così dire – un “jolly”, e facciamo un’eccezione. Infatti il quartetto di Atlanta Georgia, lungi dall’essere la “solita” garage-band da tre accordi e via, è un combo assolutamente fuori dalla norma, che maneggia la sua materia con ineguagliabile scioltezza riuscendo a rendere di nuovo vitale e finanche esplosivo un modo di fare musica che molti credevano defunto e seppellito con la fine degli anni sessanta, o quantomeno con l’inarrestabile incanutimento di Rudi Protrudi e dei suoi (un tempo dirompenti) Fuzztones. Della loro classe e perizia i Black Lips avevano già dato prova con il precedente album di studio “Let It Bloom” e, soprattutto, con l’incandescente (e divertente!) live ”Los Valientes Del Mundo Nuevo”, pubblicato a inizio anno e - probabilmente – uno dei quattro-cinque dischi “definitivi” del genere garage, di quelli da preservare e far sentire tra mille anni ad un alieno di passaggio sulla Terra affinché possa comprendere per quale motivo gli umani un tempo avessero perso la testa per il rock and roll. Oggi, a breve distanza dall’impresa di Tijuana – luogo d’incisione di “Los Valientes...” – Cole Alexander e i suoi accoliti tornano a farsi vivi, e i frutti sono ugualmente stimolanti. L’approccio stavolta è differente rispetto ai (quattro) dischi passati. O meglio: tracce del garage dei 60’s ci sono ancora, in particolare nella iniziale “I Saw A Ghost (Lean)”, nel primo singolo “O Katrina” – dedicato, con una goliardia sconfinante nel kitsch, al celebre tremendo uragano – e in “Step Right Up”, tutte con una bella chitarra fuzzy e passaggi che talora rimandano alla mente i Barbarians e, in altri casi, i Sonics. Se la spina dorsale di “Good Bad Not Evil” è costituita dalle consuete pepite nuggettiane, nel disco c’è anche e soprattutto una massiccia esplorazione di altri stili ed epoche musicali. C’è il country&western di “Navajo”, che ricorda moltissimo la “Rawhide” resa celebre dai Blues Brothers; il doo-wop anni ’50 alla Dion & The Belmonts di “Bad Kids”; le atmosfere da beach-party di “Veni Vidi Vici” la psichedelia (psych-punk, ovviamente) di “Off The Block”; il blues malato (quasi) alla Gun Club di “Lock And Key”; e ancora country, stavolta alla Elvis e con profusione di chitarre slide, di “How Do You Tell A Child That Someone Has Died” - con un testo dallo humour che più nero non si può - il classico brano che in concerto è destinato a far esplodere i locali. E poi c’è il pezzo forte dell’album. Si intitola “Cold Hands” e inizia come un ciondolante mersey-beat (con una melodia che ricorda, in particolare, i Beatles di “Another Girl”) per sfociare in un chorus che definire “infectious” è dire poco. Travolgente, impossibile da farsi uscire dalla mente, “Cold Hands” – per quanto retro’ sia - è semplicemente una delle più belle canzoni del 2007. Più curato rispetto alle prove passate, “Good Bad Not Evil” può essere definito “il disco della consacrazione”, ed è prevedibile che riesca ad estendere il circolo degli estimatori dei Black Lips ben aldilà di quei quattro (perlomeno dalla nostra parte dell’Oceano) gatti che fino ad ora ne avevano seguito con attenzione le gesta. E se non rientrate tra i quattro di cui sopra, il consiglio è di non aspettare oltre a conceder loro un minimo di attenzione: potrebbero, in men che non si dica, diventare anche la Vostra Nuova Band Preferita.
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