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Iron & Wine
The Shepherd’s Dog
2007
Subpop
di Marco Jeannin
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"The Shepherd’s Dog" è il terzo album di Sam Beam, alias Iron & Wine. Il disco giunge a distanza di tre anni dall’ultima pubblicazione “Our Endless Numbered Days”, escluse le diverse collaborazioni e gli innumerevoli Ep, tra cui spicca il bellissimo “In The Reins” firmato in partecipazione con i Calexico. Ed è proprio con l’aiuto di Joey Burns e Paul Niehaus dei Calexico che vede la luce un lavoro fedele alla linea tracciata dai precedenti album, un agglomerato di suoni con alla base il new folk americano da cui si dipanano diversi generi, rivisitati in 12 brani di grande impatto sonoro, coordinati in cabina di regia dal confermatissimo Brian Deck. Il risultato è un sound compatto ma piacevolmente variegato che vede Beam concedersi diverse variazioni alla melodia tradizionale, inserendo spunti più country o addirittura rockeggianti, mescolando la sperimentazione di Tom Waits (a cui Beam si è dichiaratamente ispirato) alla voce e al suono di Elliot Smith e Nick Drake. Si parte con “Pagan Angel And A Borrowed Car”, una sorta di B-side in stile Ben Harper per deviare subito con la più cupa “White Tooth Man” condita con echi di psichedelia. Il “lato A” dell’album si chiude con “Wolves”, irresistibile nel suo incedere cadenzato in punta di slide, per lasciare spazio ad una seconda parte in crescendo. L’apice si tocca con “Boy With A Coin”, primo singolo estratto dall’album, stupenda ballata sincopata accompagnata da un battito di mani incessante che va a fare il paio con la precedente “House By the Sea". Dopo la piccola meteora rock “The Devil Never Sleep”, forse il pezzo meno efficace e fuori posto dell’intero album, la conclusione è riservata al blues di “Peace Beneath The City” e soprattutto al valzer di gran respiro da titoli di coda “Flightless Bird, American Mouth”. Un disco molto interessante, in sordina, che punta ad emozionare più che a stupire. Diverso ma nel contempo omogeneo (grazie anche dall’ottimo lavoro di Brian Deck), vede nella cura degli arrangiamenti e nei testi particolarmente ispirati i punti forti. Non un disco politico, ma influenzato dalla confusione politica (estera) americana dell’era Bush. Probabilmente Iron & Wine non arriverà mai ad un successo planetario, ma finchè continuerà a produrre lavori di questo livello sicuramente riscuoterà il consenso anche di chi non ama il genere.
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07/11/2007 -
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