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Neil Young
Chrome Dreams II
2007
Reprise
di Andrea Belcastro
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Neil Young è un tipo che ama sorprendere. Probabilmente lo fa apposta, chi lo sa? Certamente riesce in questa impresa praticamente sempre, proprio quando arrivi a pensare di aver capito tutto. La sua storia discografica è piena di aneddoti riguardo mancate uscite di dischi sostituiti da altri: come nel 1976 quando l’album Chrome Dreams era ormai in dirittura d’arrivo nei negozi ma all’ultimo minuto il loner canadese pensò bene di cambiare completamente idea e decise di sostituire l’album con American Stars’n’Bars, frutto (in parte) di altre sessions e con altre canzoni. E non fu l’unico suo disco a subire identico trattamento, andando così a costituire una grossa mole di inediti ed outtakes e così di conseguenza i famigerati Archives, i quali sono incominciati a trapelare ufficialmente solo da poco. Ed è così che quindi proprio nel periodo in cui aspettavamo l’uscita del primo cofanetto antologico di questa serie è arrivato a sorpresa (ovviamente) l’annuncio che un nuovo inedito disco di Young era pronto per essere ascoltato. In apparenza una bella notizia (probabilmente è meglio avere materiale nuovo che vecchia roba scartata) finchè non capiamo che Neil Young ha compiuto una sorta di operazione a metà andando ad unire brani composti di recente ad altri tre ripescati dai suoi sterminati archivi e lasciati a prendere polvere per anni, e da qui è possibile comprendere (con riferimento a quanto scritto più sopra) anche il senso del titolo di questo lavoro. Intendiamoci, il disco non è orripilante ma lo stacco rispetto ai recenti ed ottimi (usciti e realizzati in poco tempo sulla scia di una grande ed improvvisa ispirazione) Prairie Wind e Living With War pare decisamente netto. Partendo dalla qualità delle registrazioni, a volte dalle connotazioni quasi amatoriali o da vecchio bootleg live, finendo per il livello delle canzoni prese singolarmente.
I tre brani ripescati dal passato sono anche quelli che aprono il disco e cioè “Beautiful Bluebird”, “Boxcar” e “Ordinary People”; se i primi due sono pezzi senza infamia e senza lodi, il terzo è invece quello per così dire di punta: già amato in vecchie versioni live e invocato spesso dai fan hardcore, ora finalmente accontentati. Sono 18 minuti di rock puro alla Neil Young, anche se i fiati e la chitarra missata troppo bassa fanno perdere un pò di mordente al tutto. L’impressione è che si tratti di una composizione non proprio eccezionale (e forse non è un caso che sia rimasta fuori per così tanto tempo) però non noiosa nonostante la lunghezza, ma che probabilmente avrebbe reso maggiormente con più cura nell’arrangiamento e nell’esecuzione. La parte centrale dell’album soffre invece di una certa mediocrità di fondo galleggiando tra pochissimi picchi (la graziosa filastrocca meditativa di “Shining Light”) e decisamente molti bassi (ad esempio la sgradevole “The Believer”, che però ha l’onore di essere una delle poche canzoni younghiane a non essere tristi). “No Hidden Path” rappresenta, con i suoi 14 minuti di lancinanti assoli e melodia assolutamente non banale, il capolavoro del disco. Non tra le migliori 40 canzoni del songwriter canadese, ma vista la pochezza della maggiorparte di queste “nuove” composizioni sicuramente fa la sua bella figura. Velo pietoso sul finale con coro di bambini su “The Way”, canzone melensa e decisamente poco interessante. Anche questa deturpata dall’arrangiamento.
Gli aspetti positivi da cogliere sono pochi: innanzitutto il fatto che Neil Young abbia ancora voglia di farsi sentire e di scrivere canzoni (anche se non emozionanti e sentite come nel recente passato) e poi, sicuramente notizia più interessante, forse c’è la speranza di rivederlo in Europa di nuovo dal vivo con un tour che a leggere le prime scalette promette un sacco di gioiellini. Per il resto, forse è meglio ritornare ad ascoltare i vecchi capolavori (anche gli ultimi due prima di questo, perché no) in attesa che i famigerati cofanetti degli Archives vedano finalmente la luce.
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03/11/2007 -
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