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Pensando a Bright Eyes in tutti questi anni, la prima idea che ci sovveniva alla mente era di un ragazzetto irrequieto e frenetico che con la chitarra acustica sotto braccio e lo sguardo tagliente sopra un sorrisetto neanche troppo rassicurante, si muoveva tra disperate filastrocche folk in odore di Bob Dylan e le ansie low fi da rock indipendente. Ecco, la cifra stilistica più caratterizzante del giovane funambolo dell’indie americano Conor Oberst, il cui nome, a buon intenditore, si nasconde dietro lo pseudonimo di Bright Eyes è sempre apparsa la sua verve disturbata, il suo incedere infastidito, mai troppo misurato, sopra, sotto o tra le righe di una musica scritta a strappi e ricucita senza troppi fronzoli. Nel 2005 aveva stupito un po’ tutti con due dischi pubblicati in contemporanea, molto diversi l’uno dall’altro: I'm Wide Awake, It's Morning più acustico in linea con un certo background da tradizione rock/folk e Digital Ash In A Digital Urn più incline ad un uso importante dell’elettronica nei suoni, negli arrangiamenti e nell’approccio. Era difficile sapere cosa avrebbe riservato con la sua nuova uscita, ormai da qualche mese nei negozi, il ragazzo nativo del Nebraska che sempre nel 2005 aveva infastidito l’America perbenista con il pesante atto d’accusa nei confronti del presidente Bush cantato in When the President Talks to God, in versione potentemente folk con la sola chitarra acustica, seguendo il solco della tradizione della canzone di protesta che già era stato dello stesso Dylan e ancora prima di Woody Guthrie. Bene, il piatto servito è Cassadaga, e l’ansia poetica di cui si diceva all’inizio sembra aver lasciato il passo ad un incedere più morbido, più orchestrale, più misurato. Se l’attacco con Clairaudients (Kill Or Be Killed) ha in sé i germi di un folk psichedelico avvinghiato alle miserie moderne (“assicurati la tua rivoluzione a basso prezzo”), legate ad un deluso “uccidi o sii ucciso”, senti subito che i venti di Four Winds provano a portare il racconto su strade battute da venti antichi, ironicamente adagiati sulle bugie di sempre (aggressivo e disilluso il riferimento alle religioni moderne: “la Bibbia è cieca, la Torah e sorda, il Corano è muto”). Gli arrangiamenti sono da folk/pop/rock, con il violino che rimanda al Mellencamp di Lonesome Jubilee, e con un passo forte da american ballad. Ad aspettare i Bright Eyes più nervosi ci resti quasi male, a sentire il perfetto cerchio melodico di If The Brakeman Turns My Way, con il gustoso chorus che sa di America fino al midollo sia nell’arpeggio del piano che nella promessa “I could meet you any place If the Brakeman turns my way”, mentre l’hammond disegna un tappeto delizioso. E sulla stessa linea si muove anche Classic Cars che richiama l’ultimo Willie Nile, mentre l’acustica ad effetto di Hot Knives sposta l’ago verso il Conor Oberst più disturbato: “So give me Black Light / So give me Hot Knives / On a dance floor no one tells time”. Certo siamo lontani dalle scariche incontrollate che il ragazzo di Omaha aveva palesemente mostrato sul palco del Vote for change tour del 2004, quando sostenne la candidatura di John Kerry alla Casa Bianca insieme a mostri sacri come REM o Bruce Springsteen. Non è da escludere che molta delusione o desolata rassegnazione che traspare dalle liriche di Cassadaga sia figlia anche dell’esito di quella avventura. Così come la ricerca di un quadro musicalmente più armonioso, più ricco, più orchestrale appaia come un tentativo di dare una scossa a certe elettriche illusioni frustrate dalla propria America, riportandole su territori ariosi, e riportando se stesso su orizzonti magari più grigi e meno frizzanti, ma più familiari. Il dispiegamento di archi è il segno di un disco più “pieno”, più classico, di quanto Bright Eyes ci avesse abituato con le sue tendenze emo e con il suo “vibrato” indie, e a confermarlo ecco le atmosfere quasi bucoliche di Make A Plan To Love Me, con il controcanto femminile alla Leonard Cohen ultima maniera, fin troppo leggere, nonostante le liriche non manchino di un certo effetto straniante (“Ho sentito che stai progettando nuove piramidi / un’altra grande idea per diventare ricco / Metti su un piano per amarmi"...). Se Soul Singer In A Session Band è un bel bozzetto che sa d’Irlanda (qualcuno ha tirato fuori i Pogues), Middleman si muove su territori noir, con un inquieto violino e un chorus molto poco rassicurante: “Sono diventato l’uomo medio / le zone grigie sono le mie / quello che sta sempre a metà, l’assenza è un meraviglioso travestimento”. Se ha smesso di denunciare direttamente la presidenza americana, il giovane Oberst non ha insomma smesso di raccontare le debolezze sue, ma anche dell’America e degli americani. Gli si perdonano i troppi fronzoli di Cleance Song (arricchita di clarino e orchestra), e lo si ritrova scuro e appassionato in No One Would Riot For Less a dipingere con “la follia dei governi e la vendetta del mare” il presente funesto di guerre e disastri naturali, inondazioni, dove “la gentilezza è una carta da gioco”. Il canto sofferto è meditabondo e ripropone, uno dei pochi casi in tutto il disco, il tipico vibrato nella voce di Conor che mendica una sofferta salvezza, “amami, l’inferno sta arrivando”, fino allo splendido strumentale che con un volo di archi porta al cambio di tonalità del finale del pezzo: “non c’è nulla che penso di portare via, solo te”. In Coat Check Dream Song il duetto con Nate Walcott è in salsa araba, mentre le venature country di I Must Belong Somewhere riportano i Bright Eyes su terreni già battuti in passato, quel gusto ironico e accattivante per la filastrocca folk e per le ballad del menestrello di Duluth. Ad aspettare i nervi e le ansie di Oberst siamo arrivati alla fine, e il folletto del Nebraska ci guarda ancora di soppiatto prima di allontanarsi tra i boschi di Lime Tree, “mi son tolto le scarpe e ho camminato tra i boschi / mi son sentito perso e ritrovato ad ogni passo che ho fatto”. L’impressione che anche stavolta, nonostante tutto, ce l’abbia fatta.
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