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Inizia il nuovo autunno dei Joy Division. Inizia una nuova dolente stagione in cui, se lo si desidera, può essere (ri)fatta una totalizzante immersione nella gelida, alienante Manchester della fine degli anni ’70. Allo scopo è possibile oggi disporre della pellicola “Control” di Anton Corbjin sulla vicenda di Ian Curtis, appena uscita nelle sale e presto in DVD, del libro della vedova Deborah “Touching From A Distance” a cui il fotografo / regista belga si è ispirato e – naturalmente – delle ristampe deluxe dei tre album dei Joy Division “Unknown Pleasures”, “Closer” e “Still” nei negozi in questi giorni. E il gioco è fatto, e il tormentato poeta, il padre di famiglia, il rocksinger, l’epilettico, l’impiegato comunale, il marito infedele, il goliarda, il fan di Iggy e di Bowie, il suicida, il mito transgenerazionale nella tradizione di Jimmy Jimi Jim e Kurt, in breve Curtis Ian da Macclesfield UK nato nel 1956 e passato a miglior (?) vita nel 1980, torna a fare capolino da quel remoto angolino della mente in cui l’avevamo relegato, e a manifestare ancora una volta la propria inquietante presenza. Perché da un lato è vero che i Joy Division sono stati uno dei gruppi più importanti di sempre, tant’è che moltissimi hanno preso ispirazione dal loro suono rivoluzionario e alcuni si sono spinti perfino a fotocopiarlo (Interpol e Editors, chiaramente). D’altro canto, però, i dischi dei Joy Division non sono di quelli che si ascoltano a cuor leggero. Le canzoni cantate da Ian Curtis sono materiale eccezionalmente intenso, in cui si rischia di restare morbosamente invischiati. Bisogna stare dannatamente in campana, quando si ha a che fare con i Joy Division.
Non c’è mai stato accordo tra critici e appassionati su quale sia il migliore dei due album realizzati dal quartetto di Manchester quando Curtis era ancora in vita. Per me si tratta dell’esordio “Unknown Pleasures” del 1979, più vitale rispetto al funereo e – in alcuni episodi - sperimentale “Closer” del 1980. Inoltre è con “Unknown Pleasures” che trovò compimento quel geometrico “Joy Division sound” di cui era stata data una prima dimostrazione con i brani “Digital” e “Glass” inclusi nella compilation “A Factory Sample” del 1978. Come noto, a plasmare quel sound – oltre a Curtis, Peter Hook, Bernard Sumner e Stephen Morris – contribuì in maniera decisiva il produttore Martin “Zero” Hannett. Così come ai suoi tempi George Martin meritò l’appellativo di “quinto Beatle”, Hannett dev’essere considerato un vero e proprio quinto membro aggiunto dei Joy Division. Basta sentire un qualsiasi bootleg del periodo per riscontrare come la band fronteggiata da Curtis, dal vivo nel ‘78 - ma anche in seguito - suonasse in modo molto più “sporco” e convenzionale rispetto a quanto apparve su “Unknown Pleasures”. Era (quasi) una band normale; fu Martin Hannett, con le sue brillanti trovate soniche, a trasformarla in qualcosa di speciale e unico. Inutile ripetere qui, per l’ennesima volta, l'effetto che produssero all’epoca quei colpi di batteria in primo piano che parevano delle frustate, quei giri di basso portanti la melodia insistenti e concentrici, quella voce spettrale e raggelante che descriveva contesti di alienazione, giovani invecchiati prima del tempo (“...but I remember when we were young” da “Insight”) o addirittura affetti da tragiche malattie (la ragazza epilettica di “She’s Lost Control”) e soprattutto quella esasperata nettezza di suono – un fatto nuovo dopo la dieta caotica del periodo punk –, un suono, come detto, geometrico, che si dispiegava con movenze feline attraverso i glaciali spazi voluti e creati da Martin Hannett. Vano anche cercare di evidenziare picchi e valli di uno di quei rari album che va ascoltato tutto d’un fiato e che alla fine ti lascia in stato di shock e incredulo come dopo un tamponamento stradale. Personalmente ho un debole per i due brani che aprivano le rispettive facciate dell’LP originale; “Disorder” (con quella grande linea di basso e l’imperituro incipit di Curtis “I've been waiting for a guide to come and take me by the hand / Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?”) e la celeberrima “She’s Lost Control” sono una compiuta e compatta dimostrazione del nuovo paradigma post-punk coniato dai Joy Division con la supervisione di Martin Hannett, fatto di aggressività repressa, di bozzetti di un’umanità ripiegata su sé stessa e - ancora – di una spiccata sensibilità pop – che dopo il suicidio di Curtis sarebbe tornata assai utile ai sopravvissuti Hook, Sumner e Morris nella seguente incarnazione come New Order. Si distinguono inoltre, nella grandiosa monoliticità del disco: “Interzone”, reminiscente del periodo in cui i Joy Division (allora chiamati Warsaw) avevano più chiare influenze punk; “New Dawn Fades”, dalla romantica melodia alla Roxy Music; “Shadowplay” che agli ascoltatori delle ultime generazioni documenta in modo lampante come gli Interpol non abbiano inventato pressoché nulla; e la finale funerea “I Remember Nothing” in cui Curtis pare cantare (o per meglio dire, verseggiare) sotto l’influsso di uno dei suoi massimi idoli, Jim Morrison.
“Unknown Pleasures” è un capolavoro. Ma – va sottolineato - un capolavoro di studio, perché i Joy Division erano un gruppo che dava il meglio in sala di registrazione, dove in fondo erano in cinque invece che in quattro. Ho sempre trovato inascoltabili le registrazioni dal vivo della band, e il CD2 aggiunto a questa edizione rimasterizzata, contenente il concerto inciso alla Factory di Manchester il 13 luglio 1979 (un mese dopo l’uscita del disco), non fa eccezione: aldilà dell’oscena resa low-fi dei nastri e nonostante una scaletta da sogno con alcune anticipazioni da “Closer”, i Joy Division suonano approssimativi e sfilacciati, “più punk” se si vuole, ma distanti anni luce dalla perfezione formale dei loro dischi. Anche a “Closer” e “Still” sono allegati CD contenenti due concerti; risalgono in questi casi al 1980, ma il giudizio finale è lo stesso. Meglio sarebbe stato, piuttosto che ricorrere ad un bootleg, espandere “Unknown Pleasures” con pezzi presenti solo su compilation, con i singoli del periodo e magari con i quattro brani dell’EP “An Ideal For A Living” che i Joy Division pubblicarono nel 1978 sotto il nome di Warsaw. Forse però l’intenzione è quella di rendere disponibile in futuro una versione extended di “Substance”, la compilation che la Factory pubblicò nel 1988 e che conteneva tutti i brani di cui sopra e molto altro ancora. Tutta roba – neanche a dirlo – essenziale. E, come tutto il catalogo Joy Division, di una tale intensità che si rischia di restarne abbagliati.
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