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Guster
Ganging Up On The Sun
2007
Reprise
di Mauro D'Alonzo
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La piazza musicale a volte è un po’ stramba e può capitare che porti in palmo di mano degli artisti relegando nell’oblio altri che non hanno nulla da invidiare al cospetto di colleghi più titolati. È il caso dei Guster, band statunitense sulla breccia da quindici anni ma sempre puntualmente ignorata dalla roulette delle classifiche. “Ganging Up On The Sun” è il quinto disco e chissà se avrà più fortuna dei quattro predecessori che in patria sono stati accostati nientemeno che ai R.E.M., ai Fairport Convention e ai Byrds. Raffronti tutt’altro che campati per aria, visto che le dodici tracce del nuovo lavoro delineano un vivace e compatto quadro folk-rock che fa le fusa al pop senza disdegnare incursioni nell’underground. Sono personaggi fuori dagli schemi, Adam Gardner e compagni. In passato si sono messi in luce anche per la scelta di far alimentare i palchi che calcavano di sola energia eolica. Alla formazione base (costituita, oltre che dal succitato Gardner, da Ryan Miller e da Brian Rosenworcell) si è aggiunto il factotum Joe Pisapia. Lo stile punta sul rodato connubio di aggressività e melodia, estremamente sfaccettato e imprevedibile: se l’attacco di “Lightning Rod” è spennellato di delicati arpeggi, “Satellite” riporta un po’ di brio e “Manifest Destiny” è infarcito di accelerazioni pianistiche e controcanti come il maestro Ben Folds ha insegnato a fare. Le vere sorprese arrivano da “Ruby Falls”, chiusa dalla sontuosa tromba di Neil Rosengarden, e dal ritmo di “The Captain”, che sembra scritta da Eef Barzelay. A “Ganging Up On The Sun” non si può negare una buona dose di spregiudicatezza. Non si accontenta delle armonie vocali nelle quali i Guster hanno già dimostrato di saper brillare – per tutti valga “Keep It Together”, 2003 - ma azzarda nuove strade sia invadendo il campo del country, sia lanciandosi in esperimenti psichedelici. Il tutto, con un’assoluta convinzione dei propri mezzi e con poche, irrilevanti sbavature. L’esame di maturità è perciò superato e a questo punto ai tre di West Somerville (Massachusetts) non resta che rimanere alla finestra e aspettare che qualcuno che si sente tradito da Michael Stipe o che non crede più all’estro di Jeff Tweedy - “Hang On” ricorda la migliore produzione dei Wilco più meditativi - accenda un faro su di loro. Dopo anni di onorato impegno, il sound eclettico e originale dei Guster meriterebbe qualche riconoscimento in più. E magari una stilla di quel successo che continua a premiare nomi più blasonati che però da un po’ di anni a questa parte non ne azzeccano più una.
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06/10/2007 -
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