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Talento e sregolatezza sono elementi distintivi di Pete Doherty fin dai tempi dell’epocale “Up The Bracket” (ottobre 2002) dei Libertines, un album che per le ultime generazioni è paragonabile a ciò che per le precedenti sono stati “Definitely Maybe”, “The Stone Roses”, “The Queen Is Dead” e “Unknown Pleasures”: la “prima” (per motivi anagrafici) scoperta di un modo peculiarmente britannico di intendere la musica pop. Il punto è che Pete Doherty non è in grado di rendere al meglio se ne si ingabbiano le capacità all’interno dei frusti schemi prefissati dal music-biz. Doherty va lasciato libero. Di spararsi in vena quello che vuole, di fare casino e casini, di fantasticare irreali scenari di una mitica Albione che sono solo nella sua testa... In breve: di fare un po’ come gli pare. Solo in questo modo – forse – i capolavori di cui è capace e che in passato ha prodotto in massa con apparente facilità – forse – arriveranno. Per questo secondo album dei suoi Babyshambles si è invece, ahinoi, scelta un’opzione perdente, arruolando un produttore quale Stephen Street (già in passato al servizio di Smiths e Blur, tra gli altri), che forse non arriva ad essere un sergente di ferro, ma è innegabilmente quello che nel business considerano “un tipo serio”, affidabile e professionale. Insomma: proprio l’ultima cosa di cui l’irrequieto, istintivo Doherty avesse bisogno. Dopo mesi di lavoro, il risultato è ora a portata delle nostre orecchie: dissoltosi il regime di “caos creativo” instaurato dall'ex-produttore di sempre Mick Jones, che aveva reso così attraente – benché non sempre consistente - il precedente “Down In Albion”, le 12 canzoni di “Shotter’s Nation” danno l’idea di essere state estesamente lavorate e rifinite, con particolare attenzione per gli arrangiamenti e il sound complessivo, ma anche di essere troppo “competenti” (da notare il contributo del nuovo chitarrista Mik Whitnall, tecnicamente assai migliore del silurato Patrick Waldon), poco “dohertyane”, in definitiva un po’ fredde se non talora tristi. E’ una disdetta, perché, pur ingabbiato e professionalizzato, Pete Doherty riesce ugualmente a elargire degli sprazzi di altissimo livello: la ballad “Unbilotitled” è magnifica e forse superiore ad “Albion”, con quella criptica lirica autobiografica che si risolve in un chorus che ti si tatua nella mente: “Wolfman said to Bilo I’m calling it on / Bilo said to Blue Eyes put your trousers back on...”; carino anche l'energico singolo “Delivery”, che dopo un inizio da storcere il naso causa il riff copiato dai Kinks di “All Day And All Of The Night”, vira splendidamente verso una incandescente melodia classicamente dohertyana di sapore autunnale; lo shuffle “There She Goes”, con l’ormai consueto testo “probabilmente” riferito alla (ex?)fidanzata Kate Moss (“She sheds her skin like a snake”) è una piccola perla, eseguita con gran classe; l’iniziale “Carry On Up The Morning” è un bel pezzo tirato libertiniano e la folk-ballad conclusiva “Lost Art Of Murder” (che vede il contributo all’acustica del grande Bert Jansch) pur essendo un po’ arronzata ha un paio di momenti in cui rischia di decollare. Lampi. Episodi. Che si perdono nel mare magnum di “Shotter’s Nation”, composto in massima parte da pezzi finto-grintosi e iperprodotti (“French Dog Blues”), insignificanti esperimenti bluesati (“Crumb Begging Baghead” e “Baddie’s Boogie”) ed evidenti scarti dohertyani (“Unstookietitled” e “Deft Left Hand”). Ma in generale, il problema è che “Shotter’s Nation” trasmette la (netta) sensazione che Pete Doherty non si stia divertendo. E’ tutto prevedibile, tutto perfettino, e si sente la mancanza di certi episodi a cui Doherty ci aveva abituato, in cui ti stupiva sterzando improvvisamente in direzioni che non ti aspettavi, come l’eccentrica “Pentonville” rappata dal fantomatico General Santana su “Down In Albion” o la deliziosa narcolettica “Sedative” sull’EP “The Blinding” del dicembre scorso. C’è inoltre una eccessiva insistenza su temi blues (dove Doherty ci azzecca francamente poco) mentre sono stranamente assenti le giocose e gioiose incursioni in territorio ska/reggae che in passato avevano permesso ai Babyshambles di evadere dalle tenaglie del troppo trafficato ambito del pop-punk made in UK: “Sticks And Stones” di “Down In Albion” era il non plus ultra, ma anche la valida “I Wish” contenuta su “The Blinding” avrebbe nobilitato (e non poco) “Shotter’s Nation”. Si dice, di certi studenti, che sono bravi ma che “non si applicano”. Nel caso in questione sembra però che Pete Doherty si sia applicato anche troppo, tanto da perdere - strada facendo - parte di quell’indefinibile essenza che lo aveva reso un artista ineguagliabile e singolare, quasi un semi-dio dell’indie-rock neo-millenario. L’ovvia conseguenza è che il Doherty “normalizzato” che riemerge da “Shotter’s Nation” è - come tanti suoi colleghi contemporanei - poco più di un buon artigiano del pop. Un comune mortale, insomma.
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