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El-P, ex-leader dei disciolti Company Flow e a tutt’oggi proprietario dell’etichetta underground Def Jux, ha definito questo album d’esordio del dj dell’Ohio Rjd2 “un disco che rivoluzionerà l’hip-hop”: giudizio che, provenendo da persona “interessata ai fatti”, appare di primo acchito esagerato ma che a ben vedere non si discosta poi troppo dalla realtà. “Deadringer” è, infatti, uno di quei rari casi nell’hip-hop odierno in cui viene introdotto un nuovo paradigma. Che poi Rjd2 faccia o meno seguaci, è un altro discorso; almeno, lui è uno che “ci prova”, e ciò per il momento ci può bastare ed avanzare. L’idea alla base di “Deadringer”, fra l’altro, è il classico uovo di colombo: utilizzare, poco e solo in parte, gli strautilizzati “funky sounds” degli anni 70/80, per concentrarsi sul ruvido southern-soul degli anni sessanta. Ne vien fuori un album che, nel suo insieme, contiene atmosfere e sensazioni di fatto “diverse” dalle varie produzioni hip-hop di questo inizio millennio, mainstream o underground che siano. “The Horror”, col suo chorus orecchiabile, è solo una piacevole introduzione e nulla più, dato che siamo stati già allenati da Dj Shadow ad ascoltare certe sonorità da hip-hop “cinematico”. Subito dopo arrivano però due dei pezzi cardine del disco, “Smoke & Mirrors” e “Good Times Roll Pt.2”, che rappresentano alla perfezione il nuovo paradigma di cui sopra, e in cui voci soul provenienti da oscuri logori 45 giri incisi 40 anni fa intonano (in “Smoke…”) "Who knows what tomorrow will bring, maybe sunshine, maybe rain... maybe it'll bring my love to me", mentre è facile immaginare un Rjd2 madido di sudore intento a skratchare, a tagliare e mixare basi funky e soul, riuscendo per chissà quale miracolo a non far collassare il tutto. “Deadringer” continua su questa vena, composto in massima parte da ben dosati brani strumentali che potrebbero anche ricordarci Dj Shadow, se non fosse che Rjd2 punta verso (ed ottiene) un prodotto molto più grezzo e al tempo stesso più spontaneo del più noto collega californiano. Ascoltare, per credere, “Ghostwriter”, con quegli incredibili fiati scovati su chissà quale usuratissimo disco. Rjd2 convince anche laddove, per varietà, include tre brani in cui si esercitano i rapper in carne e ossa Blueprint, Jakki e Copywrite. Quest’ultimo è presente su “June”, il singolo tratto dall’album, un piccolo capolavoro di simbiosi tra un rapper e il suo dj, condito da tracce di chitarra flamenco e da uno squillante synth. Insomma, non si tratta di una rivoluzione, ma da oggi qualcosa è cambiato nello statico e autocompiaciuto universo dell’hip-hop. E bisognerà tenerne conto.
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