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Ce l’hanno fatta. Non è stato semplice, anzi per la precisione si è rivelato “un po’ complicato”, come si evince anche dal titolo, ma i londinesi Art Brut sono riusciti a farci pervenire un secondo album all’altezza del predecessore, anzi, per tanti versi anche “un pochino” meglio del venerato (da noi e da tanti) “Bang Bang Rock And Roll”. Sì, perché quella del 2° album stava diventando quasi una barzelletta, tra i gruppi inglesi di nuova generazione. Non l’ha azzeccato praticamente nessuno, a partire dai Libertines dell’eponimo deludente disco; e poi gli ultimi mesi sono stati una vera moria, con un disappointment dopo l’altro da parte di Futureheads (non pervenuti), Arctic Monkeys (tutto un “meno” se si eccettua il riff di “Brianstorm” e “Fluorescent Adolescent”, che ha un motivo per cui Carl Barat potrebbe anche uccidere), i Maximo Park (ormai lanciati verso la conquista del mercato under-16) e Kaiser Chiefs (due pezzi passabili e una montagna di fuffa)... E invece - alla faccia di Alex Turner, Ricky Wilson, Paul Smith e compagnia bella - “It’s A Bit Complicated” FUNZIONA. Funziona semplicemente perché fa quello che ci si aspetta faccia un secondo album degno di questo nome: mantenere le cose buone che c’erano e variare solo qua e là, possibilmente in funzione migliorativa. Geniale, no? Trovano quindi conferma il fine, obliquo humour inglese del leader / cantante Eddie Argos, la sua delivery declamata piuttosto che cantata e i suoi testi che tracciano una banalità del quotidiano alla Jonathan Richman in fondo meno ordinaria di quanto possa sembrare. Risulta invece irrobustito il suono, grazie si presume all’intervento del saggio produttore Dan Swift (ingaggiato in passato da Kasabian, Futureheads e Franz Ferdinand) e sono vieppiù esaltate le turbinose acrobazie chitarristiche di Ian Catskillin, novello Mick Ronson che conferisce ai “nuovi” Art Brut un carattere a tratti quasi glam. Detto della sovrastruttura, poi gli Art Brut ci presentano anche una bella sequenza di pezzi, tre dei quali di valore assoluto (e dato che ve lo state chiedendo, ebbene: anche meglio di “Emily Kane” o “My Little Brother”). Il primo che si incontra in ordine di scaletta è l’avvincente fin da subito “Direct Hit”, con la voce di Argos rimpolpata da vorticosi cori, e una sua tipica lirica “nerdica” che descrive i disastrosi approcci di un rimorchione da discoteca; gloriosa quanto tirata anche “Blame It On The Trains”, dove, ancora a letto dopo aver fatto tardi, Eddie implora la sua partner: “stacca la sveglia, o almeno spingi reset / There's no way I'm getting up yet” per poi concludere che se faranno tardi all’appuntamento mattutino daranno “la colpa ai treni...”. Ma il top del disco è “Nag Nag Nag” con un riff di chitarra di Catskillin assolutamente mostruoso che potrebbe scuotere una salma; e un eccezionale testo Nick Hornbyano, che vede Eddie preoccupato dal fatto che a quasi 30 anni sia ancora preda di “preoccupazioni adolescenziali” come “imparare i testi delle canzoni dai libretti dei CD / per impressionare la gente con le scemenze che dico” o riuscire a ridurre la propria collezione di dischi alle dimensioni di un “mix-tape”. A parte “St. Pauli”, musicalmente modesta (ma il ritornello “punk rock ist nicht tot” con commento “scusatemi per la pronuncia ma ho imparato il tedesco da un disco a 45 giri” una risatella te la strappa lo stesso), anche nei restanti sette pezzi si trovano qua e là riff, arrangiamenti, melodie e – sempre – delle rime accattivanti di Argos, che li fanno apprezzare anche dopo ripetuti ascolti. La cosa inconcepibile è che in questo momento gli Art Brut sono delle superstar in Germania, stanno per diventarlo in Francia, gli americani stravedono per loro e anche qui da noi, ogni volta che sono venuti in concerto, hanno coinvolto e convinto platee anche non “loro” (vedi a Torino di supporto agli Arctic Monkeys) come a pochi riesce di fare. A casa loro, invece (“nemo propheta...”) Argos & Co. continuano ad essere bellamente trascurati, e i media preferiscono concentrare le loro attenzioni sulle solite band composte da rozzi figuri del Nord con poco da dire o da supponenti fighetti del Sud con molto da scopiazzare. Evidentemente di questi tempi la “canzone intelligente” non tira in Gran Bretagna. Peggio per loro. Non sanno quello che si perdono.
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