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V’è molto Motown in questo disco e molto M-Base. Il riferimento al primo deriva non tanto da considerazioni di carattere stilistico, quanto dalla constatazione di un atteggiamento interiore, di un modo di concepire la musica, di porsi di fronte al pubblico, che, ahimè, è un pubblico indifferenziato: non soltanto, come si potrebbe immaginare, la platea d’un fumoso locale jazz, bensì il “vissuto urbano”, la massa anonima di gente che popola i quartieri e le strade di città, che scivola frenetica lungo i marciapiedi, seguendo il ritmo incalzante dei pensieri, di una musica che non ha tempo da perdere. Motown, certo! Dunque M-Base, se a questo atteggiamento interiore vi appiccichiamo poi una serie di riferimenti culturali e di luoghi comuni. M-base inteso come gusto, sensibilità, manifestazione di stile. Allora, per una volta, l’abusata espressione “contaminazione” cede il posto ad una meno onnivora ed eclettica “fusion”. “Fusion” è forse il termine più adatto ad indicare una semplice contaminazione di linguaggi e di generi, senza particolari pretese ideologiche o implicazioni di carattere psicologico, etnico e culturale, senza dilatazione di spazi, senza ibridazioni programmatiche. Emerge allora il ritmo, l’orchestrazione compatta, l’afflato collettivo. Emerge il tempo, lo schema ben congegnato, l’alternarsi degli strumenti, il contrappunto e la disinvoltura dei fraseggi. Un jazz urbano che esprime proprio per questo il suo spirito positivo, ottimista, totalmente immerso nella realtà quotidiana, nei contrasti, nella varietà, ma non per questo necessariamente “contro”. Quando si parla di jazz urbano, la mente corre subito al Free Jazz, come espressione delle contraddizioni e della collera sociale, oppure all’Acid Jazz, fenomeno musicale dalle mille sfaccettature, sofisticato e trasversale, multirazziale, o ancora, tanto per rimanere in casa nostra, a gruppi storici quali gli Area e i Napoli Centrale, che già a partire dagli anni ’70 hanno gettato le basi in Italia proprio per questo tipo di musica - non senza conseguenze. E la musica degli Urbanfunk affonda con chiara determinazione le proprie radici in questo substrato culturale. Tra l’altro, l’Acid Jazz, senza volerne strumentalizzare forzatamente il significato, permea abbondantemente la musica degli Urbanfunk, e ne costituisce il “filo conduttore”, doppiamente legato da un lato alla elaborazione di temi metropolitani, dall’altro alla libertà di movimento e naturalezza del funk, che stempera ogni pretesa di carattere intellettualistico. Ciò nondimeno il Jazz di Franco Baggiani e soci è un condensato di esperienze musicali, anche “colte”, che vanno ben al di là di queste pur semplici ed estemporanee etichettature. Non soltanto perché ci troviamo di fronte a musicisti, ci tengo a precisarlo, di notevole caratura tecnica ed artistica, ma perché l’intero CD è confezionato con chiara consapevolezza artistica, con un senso della citazione e del recupero che dimostrano un’autentica conoscenza delle radici storiche e culturali del jazz, una conoscenza all’interno della quale gli stili e le eredità si intrecciano con estrema vivacità e disinvoltura e finiscono col creare un’unità di ritmo impeccabile, un equilibrio compositivo estremamente fluido e curato. Si tratta insomma di musicisti che hanno suonato per anni al fianco o come spalla di alcuni dei nomi più prestigiosi del jazz italiano, ad esempio Pierannunzi, Fresu, Bollani. Se Steve Coleman viene citato come punto di convergenza e destinazione di uno swing robusto ed istintivo, che ama concedersi rapide incursioni nei territori del rap e dell’hip-hop, immediatamente riconoscibile dal contrappunto solistico delle parti, Miles Davis costituisce al contrario l’anima nascosta del gruppo, che dona spessore e profondità alle composizioni, suggellandole con quella specie di respiro ampio ed elegante cui ci aveva abituati in special modo nel suo ultimo periodo “jazz-funk”. Tipicamente davisiano è infatti il brano “Sfagio”, a mio avviso uno dei migliori del disco, poiché spezza l’ostinatezza groove di certi brani e ci regala attimi di sognante relax. Non che i nostri non siano in grado di regalarci attimi di poesia e riflessione: soltanto che bisogna saperli leggere fra le pieghe di un impasto sonoro alquanto complesso e polivalente a sua volta incastonato fra strutture ritmiche tutt’altro che banali. La tromba di Baggiani è insieme robusta e squillante, il sax di Coppini ricama - fra uno schema e l’altro - note sicure di sé e la sezione ritmica è in definitiva possente. Né manca quel pizzico di sperimentazione mirata, di avanguardia post-moderna in mezzo al funk, che ci induce nondimeno a riascoltare i brani con soddisfazione, la soddisfazione di avere a che fare finalmente con un gruppo “serio”, che “sa quel che fa” e che soprattutto suona con talento, passione ed intelligenza. Un’auto ferma davanti al semaforo, l’eco di un aeroplano in mezzo al cielo, una sigaretta accesa, un drink… e la musica va.
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