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Il sesto anniversario dell’11 Settembre 2001 è da poco passato, l’America è cambiata tanto e pochissimo allo stesso tempo in questi mesi. E se c’è un artista capace di rappresentare bene gli umori e i sentimenti di questa grande (ma a volte anche molto piccola) nazione costui è sicuramente Bruce Springsteen, portabandiera di un popolo: quello della strada, degli sfruttati, degli operai, degli immigrati (lui stesso ha origini italo-irlandesi) della middle-class e di tutti coloro che sono lontani dagli “ideali” di dominio mondiale tanto cari a Bush (come dimenticare il maestoso, e purtroppo fallimentare, Vote For Change che il songwriter del New Jersey aveva organizzato in occasione delle ultime presidenziali, quando chiamò a combattere per la sua causa mostri sacri della musica Americana come Neil Young, James Taylor e John Fogerty). Se dopo gli attentati di New York, il primo pensiero di Springsteen fu quello di scrivere canzoni, sì amare e colme di tristezza, ma soprattutto proiettate verso il futuro e la speranza di una nuova rinascita come quelle incluse nell’ottimo “The Rising”, negli ultimi 5 anni, la nostalgia canaglia ha colpito l’animo del buon Bruce che prima con “Devils & Dust” è tornato sui binari del cantautorato acustico, riportando alla memoria album eccellenti come “Nebraska” e “The Ghost Of Tom Joad” pur non eguagliandone i fasti. Successivamente ha ripescato e ripulito il suo capolavoro “Born To Run” in occasione del trentennale, ma soprattutto è andato a scavare nel passato musicale della sua patria con il nostalgico (e composto interamente di classici folk) “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” dedicato alla memoria del grande Pete Seeger, colui che ha ispirato centinaia di songwriter americani e non solo. Con queste dovute premesse, allora non poteva certo mancare il ritorno discografico con quella che è la sua band live per eccellenza e che lo accompagna praticamente da sempre: la leggendaria E-Street Band. Gruppo con il quale non lavorava appunto da “The Rising” e - live - dal 2003. E allora quale migliore occasione di richiamarli a lavoro se non per quelle canzoni che lui stesso ha dichiarato di aver scritto proprio pensando a loro durante il Seeger Sessions Tour.
Così nasce il 15esimo album in studio di Bruce Springsteen, registrato in poco più di 2 mesi e prodotto nuovamente (come gli ultimi due dischi) da Brendan O’Brien, ed anticipato dal singolo Radio Nowhere con abile manovra commerciale reso disponbile al download gratuito su iTunes. Canzone basata su arpeggio elettrico e il solito intreccio di chitarre, tipico della E-Street, dalla melodia altamente orecchiabile e la produzione pulita e certosina; e così il primo colpo all’ascoltatore e al fan del Boss è assestato e centrato in pieno. Altre canzoni di particolare interesse sono Long Walk Home (dal titolo e testo abbastanza espliciti per quanto dicevamo prima) già suonata dal vivo durante il Seeger Sessions Tour, che con un bel assolo centrale alternato tra chitarra elettrica e sax si autoproclama come pezzo centrale dell’intero lavoro e che può tranquillamente rientrare tra i classici (minori) della produzione di Springsteen; e poi ancora Girls In Their Summer Clothes che il manager storico John Landau ha definito, per le sue sonorità particolari “un mix sonoro tra Pet Sounds e il tipico sound della E-Street Band”. Sicuramente affascinante. La sensazione che però emerge già dalla seconda traccia (la carina, e tipicamente springsteeniana You’ll Be Coming Down) e che permane, più o meno, per tutto l’album è che si sia proceduto attraverso un pescare a piene mani dalla produzione classica dell’artista americano, e i fantasmi di Spirits Of The Night e Badlands sembrano aleggiare sulla maggioranza delle nuove canzoni. Quindi, anche in questo caso, si può parlare del classico lavoro di mestiere. Ma se nella situazione di un altro vecchietto del rock come Paul McCartney (per quanto il paragone di genere è forse leggermente azzardato) molti brani sembravano parecchio inconcludenti e a volte addirittura irritanti, nel caso di Magic (titolo brutto, copertina ancora di più) il livello di qualità medio è garantito su praticamente tutte le canzoni e non si ha quasi mai la tentazione di saltare la traccia. Al contrario però di “The Rising” ad esempio, purtroppo sembra che la vena di Springsteen sia leggermente sfiorita e mancano i pezzi dai ritornelli trascinanti che diventavano subito inni durante i concerti successivi alla pubblicazione del disco. Ed appunto quello che si è portati a credere dopo considerazioni simili, è che il Boss abbia pensato, scritto e suonato questo album proprio con ben fissa in mente l’idea di tornare a suonare con la E-Street Band in lunghi tour, più che per la necessità di dover dire e raccontare qualcosa, e i testi più romantici e meno politici sembrerebbero confermare questa ipotesi.. Non è un caso che già per fine ottobre sia programmato l’inizo di un estenuante tour di 32 date (a Milano a fine novembre) che potrebbe avere anche una lunga coda estiva negli stadi. L’album si chiude con la bellissima Devil’s Arcade, con la quale Bruce Springsteen si congeda dai propri ascoltatori. Un arrivederci ai prossimi concerti e al prossimo album, magari di nuovo con la piacevole compagnia della E-Street Band.
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