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Cinque ragazzi di Southend-On-Sea, lugubri, pallidi, magrissimi, molto punk e molto glam, con i capelli cotonati e il cerone, vengono considerati uno dei gruppi più interessanti d’Inghilterra, capaci di conquistarsi una copertina di NME ancor prima della pubblicazione del loro disco d’esordio. Ed è proprio di questo "Strange House" che vogliamo parlare, un album decisamente trascinante, energico, dove il filo conduttore dell’opera può essere identificato nei brividi provocati da un Hammond orrorifico e satanico, quello del tastierista Spider Webb, caschetto alla Beatles e mani frenetiche. Nella musica degli Horrors possiamo vederci la rinascita del punk (di quello vero, la qual cosa sarebbe una benedizione del Signore) o un garage surf alla Beach Boys riesumato direttamente dai Sixties ma molto più duro e al vetriolo. Mattatore di questo baraccone mediatico è sicuramente il cantante Faris Rotter (che fa molto Rotten, mandando in brodo di giuggiole i critici d’oltremanica) con la sua voce unica e graffiante, che tanto spesso esplode in grida isteriche, supportata da un reparto ritmico che lavora a ritmo serrato per tutto il disco, senza lasciare il tempo a chi ascolta di capire se si tratti di innovazione e di sapiente rimescolanza del passato. Per i fans del punk questo "Strange House" è una specie di epifania, ci sono dentro i Sex Pistols e in generale tutta la scena londinese del ’77... insomma, è facile capire da dove la loro ispirazione provenga: il disco si apre addirittura con una cover, "Jack The Ripper" di Link Wray, ottimo preludio all’illuminazione, veloce, sempre più veloce in un crescendo di back vocals, fino alle grida di un Faris mai così in palla. Il suono grezzo di questi rockers d’altri tempi dà il suo meglio con il singolone "Gloves", 2 minuti e 50 capaci di conquistare chiunque; con "Draw Japan" e "Thunderclaps", brano, se possibile, ancora più dark degli altri, grazie a dei coretti intrisi di puro caos di una musica quasi primordiale. Giunge inaspettata e piacevole "Gil Sleeping", l’unica canzone in cui gli Horrors non si avvalgono di Rotter, frontman tanto capace quanto dalla voce disturbante. Gli inglesi dunque gridano al fenomeno, parlando della “next big thing”, forse del gruppo in grado di raccogliere l’eredità dei Libertines, e sicuramente dal punto di vista puramente musicale gli Horrors non deludono, pur non inventando nulla di eclatante. Affinando lo sguardo però, la prossima truffa del rock’n’roll pare davvero palese. Senza un manager con i controfiocchi, un look così particolare e retrò, chili di mascara, qualche copertina patinata e la lunga lista degli eccessi diffusa come la buona novella, gli Horrors sarebbero noti come sono? Probabilmente no, ma forse mai come in questi anni abbiamo bisogno di gruppi come questi in grado di catalizzare l’occhio del grande pubblico sul rock...e poi che ci interessa se sono vestiti bene o male, che siano trash o chic, l’importante è che continuino a suonare così.
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