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Un flash, un frammento, siamo alla fine della seconda traccia del disco, "Unless It’s Kicks", l’ultima parola è un “own” gridato, quasi allo spasmo, ma oseremmo dire con una grazia tutta sua, non buttato lì per caso. Eppure ad immaginarselo cantato con stile, tecnica e controllo il risultato non sarebbe mai lo stesso. Okkervil River, la band di Will Sheff, e delle sue storie spesso ai confini della città, persi tra penombra, disperazione, riscatto, dannazione e redenzione, esce in questi giorni con un nuovo lavoro che di sicuro non lascerà indifferenti, pur con tinte differenti, anche chi ha amato quel piccolo gioiello che era "Black Sheep Boy", pubblicato due anni fa dalla band attualmente di stanza ad Austin, Texas, sempre per la Jagjaguwar. Se la tessitura di quel disco trasportava piacevolmente in atmosfere prevalentemente notturne, raccontate con una misura folk, una bellezza nella scrittura, una grazia nel non tralasciare mai un arrangiamento di troppo, una magia orchestrale, un arpeggio di chitarra, stavolta la misura si sposta di diversi passi... di lato. Come dire: né troppo avanti ma neppure troppo indietro, ma discostandosi in parte da quella che a molti appariva già una cifra stilistica da Okkervil River, pur mantenendo elevatissima la qualità di scrittura e di composizione, e magari semplificando gli arrangiamenti. Si diceva del talento di Will Sheff, autore, cantante, chitarrista acustico, vero centro del progetto, anche e soprattutto di questo "The Stage Names". Il suo sguardo stavolta, come il titolo fa giustamente intuire, si sposta su scenari, pareti, immagini, immaginari, da fictions, finzione, piccolo o grande schermo, ma anche palcoscenici meno evidenti, meno palesi, magari nascosti, quasi invisibili. Tutte scenografie con i loro personaggi, le loro più o meno verosimili messinscene, i loro trucchi spesso da triste baraccone, o da ridicole star di serie B, altre volte meno tristi, ma sempre a metà tra finte realtà e reali finzioni. Ma è proprio nel confine sottile tra la realtà e la fictions che le note degli Okkervil, le parole di Sheff questa volta si reggono in equilibrio con un’ironia, una pungenza satirica che non ti aspetteresti dal malinconico menetsrello di "A King And A Queen". E invece eccolo aprire il sipario con "Our Life Is Not A Movie Or Maybe", “It’s just a life story, so there’s no climax”, a chiederci subito di non dargli troppo credito, perchè se sia life o fiction non è dato saperlo, forse non è importante saperlo. La sequenza di accordi è sinuosa, si porta appresso la melodia della voce che poi sale un’ottava sopra nei diversi chorus: “When you look how you looked then to me, then I cease lying and fall into silence”. Se il cantato non fosse volutamente sgraziato, quasi urlato al limite dell’intonazione, lo potremmo definire un perfetto pop rock. O forse è perfetto proprio per quello. La pennata dell’elettrica che apre la successiva "Unless It’s Kicks" è qualcosa tra Lou Reed e gli Strokes, e introduce il crescendo di un brano contagioso, in un divertito e contagioso sviluppo melodico che sfocia nell’urlo di cui si diceva all’inizio, in una geniale coda finale con la pennata che si raddoppia, vorticosa, e un inserto di fiati, formidabile nella sua semplice efficacia, in odore, azzardiamo, di tex-mex. A spostarsi ancora un po’ oltre, la location si riempie di una band che racconta le non troppo credibili sceneggiature che è costretta ad interpretare: è “A Hand To Take Hold Of The Scene”, intrigante, paradossale, divertita: “io sono una band in uno show su un uomo che stringe le mani alla moglie sul divano del terapista”, con un clapping e un riff di chitarre e fiati alla Belle and Sebastian. Il tocco di Sheff e dei suoi Okkervil River è sicuramente più leggero, più fatuo delle ombre, delle nuvole, delle pozzanghere che abitavano "Black Sheep Boy" (ma in generale tutti i tre lavori precedenti). Ne guadagna in ritmo la scrittura, divertente e tagliente in "Plus Ones" quando fa il verso ad alcuni classici rock, immaginando l’ottavo fratello cinese dei "7 Chinese Brothers" dei REM oppure il 51esimo modo per lasciare il tuo amante tralasciato da Paul Simon. Senti il riff r’n’r di "You Can’t Hold The Hand Of A Rock And Roll Man", e quegli accenti semplicemente quasi elementarmente posticipati che smuovono la canzone, ancor condita di accorato clapping e pensi alle dichiarazioni recentemente rilasciate dallo stesso Sheff il quale confessava, ancor ancora con un encomiabile gusto del paradosso: “L’idea che sta dietro a “The Stage Names” è che ci stiamo divertendo, ma è un serio divertimento”. Perchè anche quando sembra che una frivola corrente attraversi un riff di chitarra, un pianoforte, una voce sguaiatamente euforica, senti che il tutto ha una sua pensata, intoccabile ragione, tangibile, seria. E se la tocchi mandi tutto all’aria, e il divertimento tuo, e di chi ascolta, ti sta a guardare, beh, finisce. Tre invece sono i titoli che rimandano più vigorosamente alle tipiche atmosfere Okkervil. Una "Title Track" (che però ha un titolo ironicamente spiazzante!), con i classici sbalzi di dinamiche della band, negli accenti ritmici tra una strofa e l’altra, e con un attacco molto “nebbioso”, “All of the stage names evaporate”: colore Okkervil quasi al 100%. Una forse troppo strascicata “A Girl In Port”, popolata di fragili figure femminili, in cui Sheff concede la sua vena più malinconica: ”Lascia cadere la tua soffice e oscillante gonna. Lascia cader le tue scarpe. Lascia cadere la tua gonna...”. E infine una delicatissima “Savannah Smiles”, che ricorda certe ambientazioni sospese degli Eels con uno xilofono a braccetto con un cantato leggero ma intenso, e la storia di un genitore che scopre tra le pieghe di un diario e del cuore di sua figlia un segreto, un errore, un suo ricordo, una sua lacrima. Se Will Sheff è evidentemente l’anima e la penna di The Stage Names", la band ha il gran pregio di assecondarlo, con spunti mai sopra le righe e in particolare con alcune code strumentali davvero ottime. L’ultima vela ad abbassarsi è quella del poeta John Berryman, morto suicida, annegatosi nel Mississipi, e al quale si ispira l’ultima traccia, "John Allyn Smith Sails", in cui il protagonista interpreta con lucida e malinconica infelicità l’ultimo suo atto. Nella sua tragica leggerezza, il brano sfocia in un omaggio speciale ad un tradizionale delle Bahamas reso celebre dai Beach Boys, quella "John B Sail", che ancora una volta con beffarda ironia, sembra seguire alfabeticamente la vela di John A(llyn Smith). Cantata con uno struggente senso di puro abbandono, così lontano dalla disperata allegria con la quale la cantava Bryan Wilson, la melodia si perde nel cantato quasi sgraziato di Will Sheff, tenerissimo e ispiratissimo nel suo accorato e disperato saluto: “Sollevate la vela di John B. Guardate come è la vela principale. Sono pieno nel cuore e nella tesa e voglio andare a casa, con un libro tra le mani, nel modo in cui avevo pianificato, mi sento a pezzi…I wanna go home.” Tra foto del booklet, una scattata dallo stesso Sheff, in un angolo scorge un libro dal titolo curioso: “A night of serious drinking”. Insomma nella finzione o nel dramma vero, se fosse una notte di bevute e di baldoria, di lacrime vere o da fiction, che sia tutto molto serio. Mi raccomando!
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