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Parlare di reunion è forse un po’ improprio, visto che in fondo Neil e Tim Finn non se n’erano mai andati. Il nome dei Crowded House mancava dalle scene dal 1993, anno di pubblicazione del loro vero ultimo disco in studio ("Together Alone"), ma in tutti questi anni i fratelli Finn non se ne sono rimasti in disparte e la stessa pubblicazione di “Everyone Is Here”, uscito nel 2004 a nome dei Finn Brothers, è stata una dimostrazione che l’intesa tra i due non si è mai del tutto assopita. Certo non è facile star dietro alle loro pensate: nell’arco di un ventennio hanno costituito tre gruppi, hanno inciso svariati dischi solisti e dato vita a collaborazioni (come l’ottimo “7 Worlds Collide”, patrocinato da Neil con l’aiuto, fra gli altri, di Eddie Vedder e Lisa Germano). Il marchio della casa affollata, però, è quello che ha marcato più a fondo le loro carriere ed il fatto che a distanza di tanto tempo sia riproposto deve essere salutato con gioia, senza retropensieri maliziosi. Per la rifondazione nulla è stato lasciato al caso: alla produzione è stato chiamato Ethan Johns, la batteria è stata affidata Matt Sherod, cui è spettato di non far rimpiangere il compianto (per altre ragioni...) Paul Hester, e la chitarra è stata imbracciata da Johnny Marr. Uno spiegamento di forze non indifferente che, per fortuna, al dunque non delude. Le quattordici tracce di “Time On Earth” sono spigliate e accattivanti e si giovano degli stessi punti di forza che hanno fatto la fortuna dei classici dei Crowded House (“Weather With You” e, soprattutto, “Don’t Dream It’s Over”): ampio respiro melodico, essenzialità e liriche profonde, mai banali. Magari manca il piglio avvolgente di una volta, ma i due neozelandesi non hanno perso l’attitudine a realizzare brani pop sopraffini, privi di inutili sovrastrutture, apparentemente semplici ma in realtà acuminati e capaci di scavare nel profondo dell’anima. In “Time On Earth” c’è un pezzo assolutamente eccellente (“Pour Le Monde”), altri due di ottimo livello (“Walked Her Way Down” e “You Are The One To Make Me Cry”) e momenti che comunque sono al di sopra della media (“Silent House” e l’insolita “Transit Lounge”). La vena dei fratelli terribili si coniuga perfettamente con l’estro degli ospiti, in particolare con la grinta dell’ex Smiths, che in questo contesto sembra trovare una seconda giovinezza mentre con i Modest Mouse era sembrato un pesce fuor d’acqua. Dopo tante rimpatriate inutili, dettate perlopiù da motivi opportunistici, finalmente un ritorno ispirato e ricco di significati, soprattutto per come riporta in auge un certo modo, per certi aspetti artigianale, di scrivere canzoni. Un’arte che unisce a doppio filo i Beatles (provate ad ascoltare “She Called Up”), gli Squeeze, i Prefab Sprout, Roddy Frame fino ai più recenti, e ingiustamente misconosciuti, Miracle Mile. I Keane farebbero carte false per scrivere roba del genere. Meno male che ci pensano Neil e Tim.
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