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Secondo album per i Velvet Revolver, il supergruppo di Hard Rock che vede una nutrita presenza di ex Guns N’Roses, come Slash, Duff Mc Kagan e Matt Sorum, insieme a Dave Kushner, ex Wasted Youth e a un redivivo Scott Weiland, ex Stone Temple Pilots, alla voce. Il nuovo disco nasce sotto il segno di un Hard Rock forse un po’ datato, ma potente. La chitarra di Slash è quanto mai puntuale e onnipresente, si avverte tanta nostalgia del passato ma il tentativo è quello di farla convivere con le nuove frontiere del rock duro, e magari di rendere il prodotto nel suo insieme godibile. Ad un primo ascolto brani come “Let It Roll”, “The Last Fight” e “Just Sixteen” si rivelano dei rock and roll vecchio stile, agili, veloci e tinteggiati di blues, mentre “Get Out The Door” rispolvera ritmi e sonorità di fine anni settanta, e mette in luce quei “riff” prolungati e taglienti che sono priorità assoluta della chitarra di Slash. Quando poi passiamo all’ascolto di blues rock ballad quanto mai gustose, elettriche ed impregnate di ritmo come “She Builds Quick Machines” e “American Man”, ci rendiamo conto che in fase di registrazione il nuovo album è stato dotato di arrangiamenti molto ben curati e sapienti. Ma i pezzi migliori il disco li riserva quando è ormai prossimo alla fine: quella “Can’t Get You Out Of My Head” è una slow ballad ben strutturata, in perfetto stile “ballate lente” dei Guns N’Roses, con la chitarra di Slash che miagola e si contorce a dovere; molto belle anche “For A Brother”, intensa e ritmata, e “Gravedancer” una ballata che porta con sé il dono di sapienti armonie, di una chitarra in vena di mirabilie e di una sezione vocale forte, melodica e sognante, tutto merito di uno Scott Weiland, finalmente rimessosi dalla sua dipendenza dall’alcool e dalle droghe, e che riesce questa volta a trasmettere emozioni vere, e a toccare le corde giuste, quelle del cuore. Un album non certo originale, ma ben prodotto, che contiene delle canzoni di buon livello, alcune delle quali di grande potenzialità radiofonica.
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