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Siamo alla farsa. Quando uno dei gruppi inglesi più strombazzati dell’anno corrente si presenta con un debutto dell’infimo livello di “We’ll Live And Die In These Towns” vuol dire che qualcosa non funziona, che quel giocattolo dai meccanismi ben oliati che era la cosiddetta “scena rock UK” sta per rompersi. O forse è già rotto da anni (o lustri?) anche se nessuno ha interesse ad ammetterlo, perlomeno in pubblico. Indispone, che le veline della casa discografica solletichino le voglie del consumatore paragonando The Enemy ai Clash, ai Jam e agli Oasis, dando a intendere come si tratti dell’ultimo anello di un’onoratissima tradizione di rock d’assalto. Mentre invece The Enemy andrebbero accostati piuttosto ai (mitologici, a loro modo) Rutles, i cosiddetti “Pre-Fab Four”. A beneficio degli smemorati: i Rutles sono stati una band-presa in giro dei Beatles inventata da Eric Idle dei Monty Python e da Neil Innes della Bonzo Dog Band; nel 1978 realizzarono un documentario / LP dal titolo “All You Need Is Cash” contenente una serie di brani parodistici (ma anche incredibilmente belli!) ricalcati sullo stile delle varie epoche dei Fab Four, con una maniacale attenzione per i dettagli. Ascoltare in particolare la title-track del disco degli Enemy, “We’ll Live And Die In These Towns”: viene da ridere per quanto sia una fotocopia di “That’s Entertainment” dei Jam. O meglio: verrebbe da ridere, perché poi, realizzando che questi esordienti neofiti un pezzo simile lo suonano – a differenza dei Rutles, che ti immaginavi a scompisciarsi dalle risa – seri e convinti, prende piede un senso di infinita tristezza. Perché non c’è un’oncia di originalità su “We’ll Live And Die In These Towns”. Ed è mai possibile che Tom Wilson, leader di questa banda di sbarbati provenienti dalla periferia di Coventry, possa ritenere (anche perché le sempre meno credibili “british press” e “british music industry” ce lo fanno credere) di essere un novello Paul Weller se non la reincarnazione di Joe Strummer, quando è così palese che le canzoni da lui composte sono – tutte – un misero plagio? Di passabile, qui, ci sono solo la track 1 (“Aggro”, che è un buon “combat-rock” sul solco di alcuni vecchi brani degli Alarm) e la track 9 (“40 Days And 40 Nights”, che possiede un bel tiro “ska”). Ma nella sua globalità "We’ll Live And Die In These Towns” è un deserto dove l’ispirazione pare un optional: si scimmiottano i Jam nella struttura delle canzoni e i Clash nel cantato inviperito, e perfino i Manic Street Preachers sono oscenamente plagiati nella epica, melodica intro del recente singolo “You’re Not Alone”. E ancora più banali del sound e degli arrangiamenti sono i testi, conditi dalle più trite menate sottoproletarie che pensavamo di esserci lasciati alle spalle nei primi anni ’80, quali ad esempio: “it’s not Ok to be a slave”, “dreams washed away by the minimum wage” (arghhh..), “stop living your life for the alarm that wakes you up every day at eight” (da “It’s Not Ok”), e, per citare il peggio del peggio: “I'm so sick, sick, sick and tired / Of working just to be retired / I don't want to get that far / I don't want your company car / Promotions ain’t my thing” (da “Away From Here”). Mancano solo un paio di insulti al Primo Ministro (la Thatcher, naturalmente) perché il vuoto pneumatico sia totale e completo. Il Nemico sarà pure alle porte, ma il Re - o meglio: la Regina - è nuda.
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