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Riassunto delle puntate precedenti: i dublinesi The Thrills, sponsorizzati (nientopodimeno che) da Morrissey, nel 2003 realizzavano uno dei più brillanti esordi di una band britannica di nuova generazione, il californiano (nel sound e nell’ispirazione) “So Much For The City”. Tutte le speranze che molti di noi avevano riposto nei Thrills venivano però, solo due anni dopo (2005) brutalmente infrante all’ascolto del secondo album “Let’s Bottle Bohemia”, tonfo sonorissimo con rarissimi momenti di ispirazione. Questo nuovo “Teenager” è quindi per i Thrills un momento importante, diremmo vitale, praticamente una prova del nove: se la superano, restano in circolazione. In caso contrario sono condannati al probabile accantonamento da parte della loro attuale possente label e all’oblio dei posteri. Ordunque - vi chiederete con ansia - la superano i Thrills ‘sta difficilissima prova? La risposta è “ni”, perché pur essendoci anche su “Teenager” delle fasi che possono definirsi di “blackout compositivo”, rispetto all’insulso “…Bohemia” qui qualcosina a cui appassionarsi c’è. Tanto per cominciare, si tratta di un “concept-album”. Ma non preoccupatevi, non è nulla di palloso e progressivo, anzi tutt’altro. Qui in ballo c’è una storia (o una serie di storie, o ancor meglio, un collage di impressioni) sull’adolescenza; di qui il titolo “Teenager”, che è poi il personaggio dal cui punto di vista Conor Deasy – cantante e leader della band irlandese – narra le proprie liriche, in un arco che si può riassumere con: “ragazzo si mette con ragazza”; “ragazza lascia ragazzo”; “ragazzo non si dà per vinto”; “ragazzo si dispera”; “ragazzo volta pagina”; e infine: “ragazzo ormai cresciuto commenta in maniera matura e apparentemente distaccata tutta la vicenda”. Se questa interpretazione è corretta (e non è pacifico che lo sia), “Midnight Choir”, il singolo “Nothing Changes Round Here” e – soprattutto – “This Year” – rendono piuttosto bene la sensazione di ebbrezza intrinseca all’innamoramento adolescenziale, che trova un apex nei momenti in cui Deasy canta “…Cos I know, this year could be our year…” in uno dei chorus più efficaci dell'album. Musicalmente, in questa porzione del disco, siamo dalle parti dei Belle & Sebastian con alcune inflessioni alla Morrissey; non eccitatevi troppo, però, perché uno dei connaturati difetti di “Teenager” è che, scremati dalle influenze Byrds e Beach Boys degli esordi, i Thrills suonano un pop-rock decisamente light, a tratti davvero fin troppo leggerino. Meno banale è “Restaurant”, essenzialmente per chitarra e voce, in cui il teenager abbandonato recrimina “I took you for granted I took our fate as a rule”: finalmente una ispirata coinvolgente ballata di qualità. Chitarra acustica e organo introducono “I Came All This Way”, che poi si sviluppa in maniera similare ai classici pezzi dei Thrills di “So Much For The City”, una love-ballad che però – a voler dare i voti – non va oltre il sei, sei e mezzo. “Long Forgotten Song” – in cui l’eroe adolescente del disco (rifiutato) inizia a braccare la sua amata (“I followed you away from home”, è l’incipit cantato da Deasy) vorrebbe essere nelle intenzioni uno di quei pezzi epici dai chorus memorabili, ma non riesce mai a decollare. E “I’m So Sorry” - la canzone della disperazione – vale poco o niente sul piano sia delle liriche che della musica. Buona invece “No More Empty Words”, un rocketto zompettante colmo di ottimismo che ricorda i migliori Thrills degli esordi, in cui il protagonista del “concept” realizza che “I saw my life strectched over plains / and everybody had a fighting chance / while I spent years looking back / got me nowhere”, con degli ottimi incroci vocali e profusione di “doo doo doo doo” californian-style. Ma il pezzo forte del disco è indubbiamente la title-track, soffusa ed elegiaca, con una melodia cristallina e un testo (finalmente) di livello, in particolare le strofe iniziali in cui il protagonista incontra nuovamente l’amata dopo un intervallo di tempo: “You remember being beautiful? / Regrets regrets regrets / Did you take those fleeting glances for granted? / You rolled your eyes, teeny style / You said “I don’t care for the past””. Con il protagonista che poi confessa a sé stesso: “If I could go back, a teenager again / If I could go back, I’d trip over again”, seguito poi da tanti (appropriati) la la la la. Ad una perla come “Teenager” fa purtroppo seguito uno degli spaventosi “blackout” di cui si è detto, “Should’ve Known Better”, pezzo musicalmente nullo. Sempre molto leggera, ma sensata come positiva conclusione su degli immaginari titoli di coda, “There’s Joy To Be Found” (forse nelle intenzioni un gospel?) che ha un’appendice nella anomala “The Boy Who Caught All The Breaks” (la cui progressione iniziale ricorda una qualche ballad di Lou Reed ai tempi dei Velvet Underground) che risolve la narrazione con l’affermazione da parte di Deasy che “The boy will never grow up / He just simply said it was never for me…” che lascia aperta l'intera vicenda. Un album, in definitiva, che si può definire “decente” e sicuramente migliore del predecessore, anche se resta il rimpianto per il fatto che non sia stata sfruttata al meglio una tematica poco frequentata dal cinico pop odierno e che avrebbe meritato una sequenza di canzoni di livello ben più elevato. Se questo è il (dubitativo) verdetto, basterà “Teenager” affinché un giorno possa vedere la luce un quarto album della sospirosa band dublinese? Alla Virgin l’ardua sentenza.
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