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Good Shoes
Think Before You Speak
2007
Brille Records
di Benedetta Magnaghi
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Con la loro opera prima i Good Shoes sembrano proporci l’ennesima raccolta di canzonette spensierate da cinque secondi di celebrità e poi via nel dimenticatoio. Il loro indie rock piacevole, ritmato e orecchiabile non è sicuramente nulla di nuovo, anzi i riffs di chitarra dal suono inconfondibilmente “british” di All In My Head e Photos paiono confermare l’impressione suggerita dal primo ascolto. Think Before You Speak è un album in cui trionfano la semplicità e forse addirittura la timidezza naturalmente proprie dell’adolescenza; e così sono i Good Shoes, band londinese formata (finalmente!) da quattro ragazzi normali, che con le loro sbornie e i loro amori insicuri e magari neanche mai dichiarati ci propongono un autentico spaccato di vita comune, condita dalla malinconia della crescita. Ma la vera forza del gruppo risiede nell’analisi critica, pur senza troppe pretese, della società in cui vivono, attraverso la quale condannano la mediocrità della gente. Non biasimano solo chi li circonda, ma anche loro stessi: ad esempio in Never Meant To Hurt You, dove emergono tutte le capacità di songwriter del leader della band Rhys Jones, che ci dice “Mi dispiace così tanto di essere come tutti gli altri uomini”. Dal punto di vista prettamente musicale, la voce di Jones, con la sua timbrica così particolare, declama i testi più con passione che con talento, accompagnata da un pop rock scarno ed essenziale impreziosito da ritornelli che per un po’ è impossibile scordare. Never Meant To Hurt You e Morden (agrodolce dichiarazione di appartenenza verso la zona di Londra da cui provengono) sono delle perle che valgono l’intero disco, sia per le melodie che per lo spessore e la maturità dei testi, e Photos e Sophia ci vanno parecchio vicino. Blue Eyes e We Are Not The Same sono disarmanti lotte all’ipocrisia ben celate grazie a giri di chitarra che ti portano via, rendendo bene l’idea delle situazioni imbarazzanti che le hanno ispirate. I Good Shoes ci piacciono, nonostante nascondano la loro intelligenza e il loro spirito tutt’altro che banale dietro a semplicissimi assolo da aspiranti hits radiofoniche. Non possiamo far altro che attendere i prossimi lavori del quartetto: i nostri si toglieranno la maschera puntando sulle loro grandi qualità comunicative, venendo così notati dai più, o saranno dimenticati nel calderone del restante migliaio di indie bands molto british e molto innocue (alcune delle quali più dotate musicalmente?)
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20/08/2007 -
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