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Cosa si fa di solito quando incomincia a diventar chiaro che la tua carriera sta andando a rotoli o che comunque i tempi d’oro sono inesorabilmente finiti, e magari hai ancora qualche rata da pagare? Di solito si recupera un marchio vincente dal passato e si cerca di trarne il meglio per continuare a tener viva una fiammella. E’ questo il caso di Billy Corgan e dei suoi Smashing Pumpkins? La risposta probabilmente è affermativa, se non fosse un po’ irrispettosa del passato di questo grande musicista e songwriter americano. Se a metà dei gloriosi anni ’90 Corgan rappresentava uno (o forse Il) dei top della scena musicale indie, grazie a lavori come “Siamese Dream”(’93) o soprattutto l’epico e monumentale capolavoro “Mellon Collie and the Infinite Sadness” (’95); dal successivo scioglimento del gruppo (in seguito a vari problemi personali dei membri) fino ai suoi tentativi prima con gli Zwan (più una sigla che un vero gruppo) e poi da solista, il buon Billy ha visto la sua vena creativa scendere, in maniera inesorabile, a livelli decisamente poco accettabili. Ed è così che arrivati al 2007, al punto più basso di un epopea a distanza di 12 anni da quello più alto, che Corgan insieme al solo batterista, rispetto alla formazione originale, Jimmy Chamberlain decide di rimettere su la band e recuperare il marchio e relativo successo che comporta (soprattutto agli occhi degli spietati manager delle major). Ma fatte queste premesse è facile capire come non si tratti di una operazione come quella che abbiamo raccontato qualche tempo fa per i Dinosaur Jr., bensì di un qualcosa che a vederla in tutti i modi possibili sembra solo commerciale e ben poco artistica e tanto tanto lontana dai fasti e dalla scrittura sanguinante e sofferta dei bei tempi. Così che nasce questo nuovo Zeitgeist (nome di hegeliana memoria). Album caratterizzato pesantemente da un sound granitico, in pieno stile “Zero” per intenderci, dove le chitarre “powerchords” e il ritmo forsennato della batteria, sembrano costruite appositamente (al contrario del brano citato prima) per (mal)celare una imbarazzante carenza a livello di scrittura pura dei brani. O che forse le canzoni sono così sofferte e sofferenti per intenzione di Billy Corgan, che già a partire dalla copertina (La statua della libertà che sprofonda in un mare rosso sangue) sembra voler definire delle coordinate di delusione e dolore per la situazione mondiale e del suo paese..ecc..(come mira anche a suggerire il titolo Zeitgeist o la galoppata metal-lisergica di United States, che è anche un po’ il centro, in tutti i sensi, del disco)? Forse si, forse no. In tutta sincerità quella delle tematiche e del relativo riflesso in musiche apocalittiche e oscure, ci appare più uno specchietto per le allodole che qualcosa di veramente concreto. Il singolo Tarantola se non fosse per il ritmo trito e ritrito e l’assolo che fa tanto “guitar hero tamarro”, recupera alcune di quelle linee melodiche che facevano sognare i ragazzi dello scorso decennio nel ricordo di qualche tempo fa quando la voce di Corgan poteva rimanere incastonata in un limbo tra l’odioso, lo stucchevole e l’affascinante con la differenza che persino questa sembra virare decisamente verso l’inascoltabile e il fastidioso. Ma dicevamo di United States, probabilmente l’unica composizione che, nonostante l’imbarazzante testo e ritornello, riesce a restituire un po’ di gioia nell’ascoltatore grazie ai fraseggi noise tra gli strumenti e il ritmo “tribale” della batteria di Chamberlain. Ma dieci minuti di canzone, per quanto interessante, non riescono a far dimenticare l’atroce piattezza, da qualsiasi punto le si guardi, delle restanti composizioni. Resta, in una recensione piena di domande e dalle risposte scontate e poco piacevoli, un’ultima questione: perché arrivare a questo punto? Perché fare male a se stessi e ai propri fan? A Billy Corgan e alla sua carriera buttata alle ortiche l’ardua sentenza. A noi invece rimane un album inutile.
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