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E’ il simbolo vivente di tutto il movimento Hard Rock dal 1970, quando lasciò il suo banco di macellaio a Birmingham, in Inghilterra, per prestare la sua voce al vetriolo, forgiata direttamente nelle viscere della Terra, ai Black Sabbath di Toni Iommi. Molto tempo è passato da allora, Ozzy ha passato momenti difficili, dovuti all’abuso di alcool e di psicofarmaci, si è trasferito negli Stati Uniti e sono in molti ad averlo visto protagonista degli “Osbournes”, la serie televisiva di successa ambientata, neanche a dirlo a casa sua e di sua moglie Sharon, colei che ha avuto fin qui il merito di preservarlo per tutti noi. Fra alti e bassi Ozzy è giunto al nono album della sua carriera solista e questo “Black Rain”, oscuro e indecifrabile nell’immagine di copertina, contiene sia brani di hard rock e di heavy metal folgoranti e impareggiabili, sia cose minori, di cui si sarebbe potuto tranquillamente fare a meno. Il suono della chitarra di Zakk Wylde è fresco e moderno, forse un po’ troppo targato U.S.A., ma comunque legato alle chiavi di lettura del rock duro degli anni Settanta. Andiamo per ordine: l’intro di “Not Going Away” spacca i timpani, la voce scorticata e perversa di Ozzy infiamma subito chiunque si ponga all’ascolto; “I Don’t Wanna Stop” è sullo stesso piano, dotata anch’essa di una sezione ritmica incalzante, con quelle note di basso elettrico che arrivano fino in gola, ti staccano le tonsille, e ripartono, libere di concedersi un refrain molto orecchiabile, davvero “catchy”! L’atmosfera di “Black Rain”, la title track, è malevola ed oscura, come se fossimo tornati ai tempi dei primi Black Sabbath. “Lay Your World On Me” e “Here For You” sono due “love songs” che mettono in campo strutture armoniche di pregio, sulle quali svetta in perfetta solitudine la voce malata di Ozzy, micione innamorato, selvatico e passionale come mai! Certo, a volte quei suoni così morbidi e carezzevoli, quell’impronta eccessivamente melodica con cui di tanto in tanto Ozzy infarcisce i suoi album, diventa un pochino stucchevole, ma glielo perdoniamo volentieri! Su “The Almighty Dollar” possiamo ascoltare sonorità più minacciose e sorde, mentre con “Silver” colpisce nel segno un Hard Rock un po’ di maniera forse, ma sempre efficace. Non convincono troppo i contorni astrali di “Civilize The Universe” e quelle sferzate appena accennate di “Countdown‘s Begun”, mentre su “Trap Door” le chitarre echeggiano quelle dei primi brani dell’album e noi ricominciamo a sobbalzare all’unisono con le nostre budella! Un album con luci ed ombre, che però ci regala momenti dell’Ozzy che ricordiamo e che vogliamo sempre sentire, e quei brani sono indimenticabili!
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