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Possibile che di questi tempi in cui si rivaluta all’ingrosso e con scarso discrimine tutto ciò che proviene dagli anni Ottanta, nessuno abbia ancora pensato a spendere una parola per i Mission di Wayne Hussey, una delle più popolari formazioni di rock gotico di quell’epoca? E allora ci penso io – che ho cuore e buona memoria – a ridare lustro a quella band spesso vilipesa, con l’occasione (imperdibile) della ristampa dei primi tre album dei Mission, l’esordio su lunga distanza “God’s Medicine”, la raccolta dei primi singoli “indipendenti” “The First Chapter” e il secondo disco “Children” prodotto dal Led Zeppelin John Paul Jones. Come ogni buon manuale di storia del rock non mancherà di dirvi, i Mission nacquero da una costola dei Sisters Of Mercy, la formazione di Leeds osannata (a ragione) per aver dato vita ad una sorta di “terza via” al “dark-sound” – le altre due erano quelle battute dai nervosi post-punkers Cure e Siouxsie da un lato, e dagli eterei Cocteau Twins e Dead Can Dance dall’altro – fortemente influenzata dal rock and roll di Detroit di Stooges e MC5. Ma dato che Andrew Eldritch, leader dei Sisters, possedeva un pessimo carattere oltrechè tendenze marcatamente dittatoriali, dopo la pubblicazione dell’epocale “First And Last And Always” (1985) fu piantato in asso dal chitarrista Wayne Hussey e dal bassista Craig Adams, che andarono a formare, appunto, The Mission. Ora: di solito qualsiasi buon manuale di storia del rock con tutta probabilità proseguirà a spiegarvi che i Mission furono, in realtà, una sorta di succedaneo dei Sisters Of Mercy, una loro versione ultralight di valore palesemente inferiore. Riascoltato a posteriori, questo “The First Chapter” ci racconta invece un’altra storia; e ci dice che i Mission furono in realtà qualcosa di assai diverso dai Sisters: le loro composizioni sono più lineari, più tradizionali, più commerciali e talora palesemente orientate verso il dancefloor. Tutti attributi che all’epoca gli valsero insulti e stroncature da parte di una critica che ha sempre avuto svariati pregiudizi, ma che contribuiscono a far sì che la musica degli immediati Mission sia oggi un ascolto più piacevole di quella dei più lugubri e introversi Sisters Of Mercy. Perlomeno: se si parla dei Mission del primo periodo, dei singoli contenuti su “The First Chapter”, raccolta che fu pensata per il mercato USA e che uscì sei mesi dopo l’esordio – altresì buono ma a mio avviso una spanna inferiore – “God’s Own Medicine” (autunno 1986). Se volete farvi immediatamente un’idea della grandezza (a tratti) toccata dai Mission e dal loro dark-rock – per così dire – “populista”, vi consiglio di andare immediatamente ad ascoltarvi due brani come “Over The Hills And Far Away” e “The Crystal Ocean”. In particolare quest’ultima, qui presente in una versione “extended” lunga oltre oltre sette minuti – ricordiamoci che siamo in pieni anni ’80, epoca in cui i gruppi realizzavano versioni ad hoc per essere ballate in discoteca, poi pubblicate come extra-tracks sugli appositi 12” o “dischi-mix” – è una vorticosa cavalcata caratterizzata da un’instancabile ritmo di batteria in primo piano e con un chorus ripetuto infinite volte (“shake shake shake shake shake shake me down...”) da Wayne Hussey che potrebbe durare all’infinito. Era un momento che ai tempi in concerto creava una specie di delirio collettivo, ed è facile capire perché: è orecchiabile e ballabile, e riesce a scuotere e travolgere come solo il miglior rock and roll sa fare. “Over The Hills And Far Away”, “The Crystal Ocean” e “Like A Hurricane” - cover di un singolo di Neil Young che venne Mission-izzata con estrema facilità anche perché si prestava fin dall’inizio molto bene alla bisogna – costituiscono un compatto trittico di pezzi di grande impatto che non trovano riscontro nel panorama musicale dell’epoca. Non è però che gli altri brani siano da buttare, anzi tutt’altro: “Serpent’s Kiss” (A-side del primo singolo uscito all’inizio dell’86), anch’essa melodicamente accattivante, è però più vicina nello spirito al dark-rock dei Sisters Of Mercy, come anche l’altrettanto valida “Naked And Savage”. “Garden Of Delight” (il brano accoppiato a “Like A Hurricane” nel secondo singolo del gruppo) è una canzone molto (troppo?) convenzionale, e i Mission infatti nel riproporla in occasione dell’album d’esordio “God’s Own Medicine” ne diedero una rilettura acustica quasi “zeppeliniana” di livello superiore. La cover di “Dancing Barefoot” di Patti Smith, ipnotica e goticissima, è più un divertissement che altro, ma uno dei capolavori dell’album (e dei Mission, e dell’epoca) è senza dubbio “Wake” (lato B di “Serpent’s Kiss") con il suo lento e sepolcrale incedere e i suoi influssi alla Robert Smith. Ma, a differenza dei Cure, senza tanti arabeschi e con un’immediatezza tipicamente “alla Mission”. Per qualche inspiegabile motivo è stata cassata da questa ristampa di “The First Chapter” la cover di “Tomorrow Never Knows” dei Beatles che apparve sull’LP originale pubblicato negli USA; in compenso, sono allegate una versione “extended” di “Like A Hurricane”, una versione alternativa di “Burning Bridges”, uno dei brani-chiave di “God’s Medicine”, e 5 selezioni dal vivo tra cui le cover di “1969” degli Stooges e di “Shelter From The Storm” di Dylan che fanno solo il solletico agli originali ma che riaffermano le radici profondamente ancorate nel “rock classico” di Wayne Hussey e soci. Per la cronaca i Mission, dopo questi primi inimitabili brani pubblicati solo su 45 giri (e 12”) diedero vita al quasi altrettanto valido “God’s Medicine”, la cui ristampa è anch’essa caldamente consigliata. Inadeguato fu invece il secondo album “Children” (1988), a partire dal quale i lavori della band di Wayne Hussey manifestarono una creatività progressivamente decrescente. Ma nonostante tutti i loro difetti (testi infarciti di banalità e clichès, una smodata ricerca del favore del pubblico e un look che definire di cattivo gusto è riduttivo), e a dispetto delle costanti stroncature della “british press”, i Mission rientrano di diritto nell’olimpo del cosiddetto “goth-rock”, sottogenere alla cui evoluzione – e alla cui diffusione - contribuirono in maniera decisiva. (Ri)scopriteli.
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